Instagram stories, paghi l’esperienza

Instagram stories

Nell’agosto 2016, Instagram lancia le “stories”, una funzione pensata per creare contenuti temporanei, visibili per 24 ore e che poi si autodistruggono, con buona pace di coloro i quali non hanno potuto fruirne. Secondo quanto affermava Instagram stesso ad aprile 2017, sono 200 milioni gli utenti che a quella data utilizzavano le Instagram stories, superando il concorrente e first mover Snapchat (fermo a 158 milioni di utenti); nello stesso periodo, gli utenti dichiarati erano circa 700 milioni, dunque più o meno un utente su 3, prendendo per buoni i dati di qualche mese fa, produce Instagram stories.

“Mi chiamo Andrea e non ho mai fatto una Instagram story” “Ciao Andrea”

Personalmente, non ho mai fatto una Instagram story. Circa un anno fa ho scaricato Snapchat, e dopo aver impiegato un mese buono per capirne il funzionamento (ancora oggi non sono convintissimo di determinate funzioni ma tant’è, l’ho disinstallato), ne ho goduto da utente passivo, non sentendo il bisogno di condividere con il mondo i micro-momenti della mia vita che ancora marcano il mio personale confine tra “vita digitale” e “vita analogica”.

Perché questo è quello che vedevo su Snapchat, e vedo ora su Instagram lato storie: micro-momenti di vita che, a mio parere, meriterebbero di essere immortalati per essere custoditi privatamente, a ricordo spesso di attimi fugaci vissuti in solitudine o in compagnia, e che al contrario vengono trattati in un modo esattamente antitetico, finendo spiattellati sulla timeline di chiunque ci segua, per rimanerci giusto il tempo di essere visti (o ignorati) prima di venire cancellati per sempre.

E così, le “stories” sono un trionfo di canzoni dall’autoradio, foto e video in semi-diretta da feste a cui si partecipa, spiagge (d’estate) e montagne (d’inverno), e monologhi dell’utente rivolti ad audience spesso poco più che immaginarie, a volte conditi da filtri che alterano immagine e voce a certificare l’assoluta serietà di ciò che si sta dicendo (d’altronde, come si può non prendere sul serio un discorso fatto da una persona più che ventenne, con delle orecchie da cane e la voce alterata con un effetto simile a quello prodotto dall’inalazione dell’elio: sarebbe come se Alvin e i Chipmunks spiegassero la relatività ristretta).

Nonostante questo malcelato disprezzo di fondo, sono sempre stato un fruitore piuttosto seriale di questo tipo di contenuti. Mi sono sempre posto a un livello passivo, dal momento che non ho mai fatto cose trasgressive e “da giovani” come rispondere alle storie altrui (i DM su Instagram li usa soltanto un mio amico per segnalarmi immagini particolarmente divertenti, altrimenti la mia cartella di messaggistica personale avrebbe muffa e ragnatele), e sempre con un livello di filtro parecchio alto, guardando solo le stories di chi seguo e non, ad esempio, quelle di tendenza.

C’è sempre una prima volta

Come dicevo, non ho mai fatto in vita mia Instagram stories. Asterisco: mai fatte, fino a qualche settimana fa. Non avevo mai prodotto nulla di mio e non tanto per un mero disprezzo aprioristico verso il mezzo. Semplicemente, da un lato non ne sentivo il bisogno, perché anche provando a pensarci non avrei avuto granché di divertente o simpatico da condividere (“forse il problema è la tua vita piatta, non le stories” – sì, ti ho sentito); dall’altro e in piccolissima percentuale, lo ammetto, c’era il gusto un po’ amish nel confessare in giro la verginità del mio profilo Instagram, e nel registrare la faccia a metà tra l’incredulo e il “ok mi stai trollando” quando confessavo che no, storie non ne avevo mai fatte.

Poco tempo fa, però, qualcosa è successo. L’omicidio di Francesco Ferdinando che ha fatto scoppiare la guerra mondiale nel mio account Instagram è stato il MARKETERs Day, e la presentazione del team della SlimDogs Production ideata dai presentatori dell’evento: facciamo tutti insieme la stessa story di Instagram, mentre loro (gli SlimDogs appunto) fanno a loro volta una story nel loro profilo, in un inception di stories per introdurre in modo originale l’ultimo ospite dell’evento. Titubante (vedi gusto amish), decido di aderire al flash mob e buttarmi anch’io in questo mare di storie tutte uguali. Apro l’app sullo smartphone, e non so nemmeno bene dove devo pigiare per fare una story. Aiutato dal mio vicino di posto, realizzo la prima story del mio profilo, che tra l’altro è molto originale in quanto uguale a quella di un altro paio di centinaia di persone. Poco male, da qualche parte si doveva pur cominciare.

Slimdogs story

Il lunedì successivo, sono partito per un viaggio di piacere a Roma. Sono fuori dalla routine, vedo cose che potrei raccontare, faccio cose diverse dal solito: decido di provare ad utilizzare questa (per me) nuova funzione, e produrre stories per tutta la durata della mia vacanza romana. Senza impegno, senza piano editoriale: se ho qualcosa da dire, da condividere, anche (e soprattutto) qualcosa di poco intelligente, mi butto.

Durante questi 5 giorni, ho creato all’incirca una decina di stories, molto variegate: ho condiviso foto, video, credo anche un boomerang, mi sono ripreso mentre parlavo ai miei follower, lamentandomi della presenza massiccia di turisti spagnoli nella nostra capitale. Dopo questi giorni di esperimento social, posso trarre alcune conclusioni (assolutamente personali) sullo strumento.

Esperienza stories: promossa o bocciata?

In generale, mi sono divertito. Ho condiviso cose che molto probabilmente non avrei mai inserito nei miei account social, perché palesemente troppo stupide o perché erano post fondamentalmente inutili, poco rilevanti e che nulla avrebbero aggiunto ai miei profili (a parte il video in cui in coda ai Musei Vaticani mangiavo due biscotti in un boccone solo, quello forse l’avrei condiviso comunque).

 

L’ho fatto con leggerezza, conscio del fatto che i contenuti non sarebbero rimasti lì per sempre ma sarebbero svaniti, come se non fossero mai esistiti. Per lo stesso motivo, ho salvato nel mio smartphone ogni contenuto che ho condiviso, perché almeno a me restasse una copia di quanto prodotto: volevo che la cosa sparisse per tutti, ma io ci tenevo a tenere un ricordo della vacanza, da aggiungere a foto e video “seri” fatti durante il soggiorno.

Dicevo, in generale posso dire di essermi divertito. Ma altrettanto generalmente, posso affermare che l’esperienza in sé non mi è piaciuta e molto probabilmente, salvo rari casi simili (come vacanze o eventi particolari) o nel caso in cui mi venga un’ispirazione particolare, non la ripeterò.

Il mio account Instagram, su cui non pubblico foto granché artistiche stante la mia incapacità di farle, non raccoglie molti follower: nel momento in cui scrivo sono 587 in tutto, e i miei post hanno un numero medio di like che si attesta intorno ai 35/40. Numeri decisamente modesti quindi, che testimoniano la mia totale assenza di velleità artistiche o da influencer. Le mie storie prodotte, al contrario, avevano una media di visualizzazioni di circa 200 persone: un numero altissimo per i miei standard, che inizialmente aveva decisamente solleticato e soddisfatto il mio social-ego.

Venezia è bella, ma non ci vivrei

Ragionandoci, tuttavia, ho evidenziato un paio di criticità. In primis, il numero di views di una storia non è altro che una vanity metric, e pure bella grossa: le visualizzazioni tengono conto anche delle persone che atterrano sulla tua story mentre scorrono tutte quelle dei contatti che seguono, anche se ci restano solo per un secondo. L’algoritmo quindi non esclude dal totale le visualizzazioni puramente “bounce”, falsando palesemente il conteggio e mostrando nella lista alcuni utenti che, di fatto, la storia non l’hanno vista.

Il secondo problema, a mio modo di vedere, è che le storie non hanno modo di ricevere un feedback. Le persone possono rispondere alla story, se hanno qualcosa da dire in merito, che è qualcosa di assimilabile al commento sotto una foto, o uno status. Tuttavia, almeno nella mia brevissima e scarsamente rappresentativa esperienza, questo non accade sempre e anche quando accade, le risposte sono poche in relazione al totale di visualizzazioni: le risposte alle mie storie sono state intorno allo 0,5-1% se rapportate alle views complessive.

Alle storie manca dunque l’elemento narcisistico della notifica, del like, che benché io possa affermare con certezza non influenzi la mia vita come potrebbe influenzare quella di un adolescente, date le dinamiche sociali in cui è inserito (dove il numero di like spesso misura il grado di approvazione nella vita reale di una persona), influenza di certo la mia presenza online, perché sarebbe non ipocrita ma direttamente falso affermare che una volta postato qualcosa, l’approvazione da pollice in su non dia una soddisfazione anche solo effimera e passeggera.

In sintesi, per quanto mi riguarda le storie su Instagram sono un sostanziale e inappellabile “no”. Sono l’equivalente digital di Venezia, che “è bella ma non ci vivrei”, oppure, meglio, di un piatto costosissimo servito in un ristorante stellato: l’idea è ottima, la realizzazione ovviamente anche, il piatto è buono; però costa troppo, e le porzioni sono veramente troppo striminzite. E io, con tutta evidenza, faccio parte del gruppo di profani per cui no, la risposta “eh ma paghi l’esperienza” non ha alcun senso.

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