Se potessi avere mille bitcoin al mese: cos’è e come si crea la criptovaluta

Bitcoin

Quello del “digital” è un mondo dal quale ormai non si può più prescindere. Anche il settore finanziario ne è stato contaminato, e la dematerializzazione del denaro si è evoluta fino a giungere alla produzione della criptomoneta. Si tratta di un sistema di pagamento autonomo rispetto alle banche e che in linea di principio potrebbe anche arrivare a demolire l’assetto a cui siamo abituati ormai da secoli.

Come primo step è opportuno chiarire cosa si intenda con dematerializzazione. Si tratta dell’eliminazione del documento cartaceo rappresentativo del denaro e della sua sostituzione con una registrazione contabile.

Ciò significa che, al posto del denaro fisico che ci dà tanta sicurezza, tutte le transazioni che noi effettuiamo sono da qualche parte nell’etere; e a ben pensarci, questo è già di per sé abbastanza strano.

E se vi dicessi che non solo il denaro è dematerializzato, ma che ci sono addirittura dei metodi alternativi che ci permettono di effettuare i nostri pagamenti?

Mi riferisco ad una realtà piuttosto giovane che negli ultimi anni si sta facendo sempre più conoscere: la criptomoneta.

Per descrivere di cosa si tratti esattamente vorrei utilizzare una definizione data da Il Sole 24 Ore. In realtà essa si riferisce alla moneta più diffusa e conosciuta di tutte: il Bitcoin, ma può tranquillamente essere applicata al concetto di criptomoneta in generale. Si tratta di  “una moneta digitale completamente distribuita e generata da una rete decentralizzata peer-to-peer.

Sezioniamo la cripto valuta

Cerchiamo di capire cosa significhi questa definizione.

Innanzitutto la criptomoneta non viene emessa dalla banca, ma funziona con una logica tipica della “peer-to-peer economy”, cioè quel modello economico basato sullo scambio di beni e servizi tra pari, senza l’intermediazione delle aziende. O meglio, le aziende che operano secondo le modalità P2P (peer-to-peer) si occupano solamente di mettere a disposizione le piattaforme nelle quali gli utenti possono incontrarsi per scambiare beni e servizi (BlaBlaCar e Airbnb gli esempi più famosi). E con la moneta digitale si possono appunto effettuare pagamenti senza l’intermediazione di terze parti.

A differenza del sistema monetario tradizionale, quello della criptomoneta può essere definito come decentralizzato, cioè non rispondente ad un unico organo (la Banca Centrale), ma a tante piccole realtà, che altro non sono che gli utenti che producono e utilizzano la moneta stessa.

L’intero sistema di questa innovativa moneta si basa sulla rete e in quanto tale è composto da diversi “nodi”; questi hanno la funzione di convalidare ogni singola transazione, la quale viene scrupolosamente registrata sulla Blockchain, una specie di registro elettronico che rispetto agli altri libri contabili è pubblico e consultabile da tutti.

Vi starete chiedendo: ma se la moneta digitale non è controllata né tanto meno prodotta dalle banche centrali, come e dove avviene la sua produzione?

La prima cosa che c’è da sapere è che si può produrre la criptomoneta standosene comodamente seduti a casa propria e avendo a disposizione un computer. La sua creazione infatti avviene in seguito alla risoluzione di alcuni complessi algoritmi da parte di PC, detti “miners” (minatori), purché collegati ad una particolare rete, cioè quella del tipo di criptomoneta che si desidera produrre, come ad esempio il Bitcoin.

La circolazione della moneta digitale

Ora che dovrebbe risultare un po’ più chiara la fase produttiva passiamo a quella “transitiva” e cerchiamo di capire quale sia il ruolo della Blockchain, il registro a cui accennavo prima.

Considerate che A voglia inviare un pagamento a B. Immaginate che la transazione sia rappresentata online come un “blocco”, all’interno del quale si trova la quantità di criptomoneta da trasferire. Questo blocco viene trasmesso dal computer di A alla rete, e tutti gli altri PC della rete (i miners appunto) hanno il ruolo di approvare la transazione stessa, attestandone la validità. Una volta che la convalidazione è avvenuta, il blocco può essere aggiunto alla Blockchain, la quale fornisce una testimonianza indelebile e trasparente dell’avvenuta transazione. A questo punto i soldi si spostano da A a B.

Anche se questo meccanismo può sembrare complesso e arzigogolato, e di sicuro molti di noi sarebbero restii ad investire il proprio denaro in qualcosa di così intangibile, devo subito avvertire che in realtà la sicurezza è uno dei punti di forza di Bitcoin, e della criptomoneta in generale. ll fatto che ogni transazione venga registrata e sia visibile a tutti permette una tracciabilità degli spostamenti di denaro quasi senza precedenti e garantisce che i pagamenti vadano sempre a buon fine.

Naturalmente, dal momento che non vengono associati dei nomi alle singole transazioni, l’uso della criptovaluta può essere talvolta pericoloso. Pensate ad esempio alla compravendita di sostanze illegali, armi o altro ancora. Questa potrebbe avvenire senza che l’acquirente e il venditore abbiano un’identità, e rintracciarli potrebbe risultare impossibile.

Ma se siamo giunti ad avere un sistema autonomo ed indipendente dalla banca che produce moneta, quale sarà l’influenza della criptovaluta sulle banche stesse?

Bitcoin vs (o feat.?) banca

Come sappiamo l’attività bancaria si compone di tre funzioni principali: la raccolta di risparmio presso il pubblico, l’esercizio del credito e la creazione della moneta. Quest’ultima è prerogativa delle banche centrali, ed è quella che naturalmente si scontra in maniera più diretta con la valuta digitale.

Si consideri che ad oggi nel mondo sono più di settemila le attività che accettano pagamenti in Bitcoin, per una media di duecentomila transazioni al giorno; ma se le si rapportano al totale di tutte le transazioni giornaliere, il numero risulta irrisorio. Questi dati risalgono a qualche mese fa; riguardano nello specifico i Bitcoin, ma li ritengo comunque utili a dare un’idea della diffusione della moneta digitale nel mondo.

Se la criptomoneta prendesse veramente piede e la maggior parte dei pagamenti fosse effettuato tramite questa, quali sarebbero le conseguenze sulle banche? Perderebbero la loro funzione di creatrici di moneta? O dovrebbero invece adottare dei software in grado di produrre la moneta digitale, andando però a snaturare la logica P2P della criptovaluta?

Non sono certo quesiti di facile risposta, ma propongo alcuni punti che spero siano utili per capire quali siano ad oggi le interazioni tra la moneta digitale e il mondo della finanza.

La prima considerazione da fare riguarda il come le banche abbiano risposto alla nascita della moneta digitale, e soprattutto come si stiano ponendo rispetto ad essa.

Stando alle parole di Victoria Cleland, Chief Cashier della Bank of England, “(…) molte persone pensano che le banche centrali siano a rischio, ma noi ci chiediamo “esiste il modo di cogliere le innovazioni?”. Poche parole che fanno capire che l’atteggiamento non sia di rifiuto, ma di ricerca di contatto.

Quando si trattano questi argomenti bisogna prestare attenzione a non cadere in contraddizione. Sembrerebbe assurdo infatti pensare che le banche possano accettare un sistema come quello della criptomoneta, che per definizione ne esclude l’intermediazione. Forse a qualcuno sembrerà scontato, ma tengo a precisare che solo alcuni aspetti della criptovaluta sono considerati e valutati dalle banche.

Sharing is caring

Uno di questi, forse il principale, riguarda la Blockchain e in particolare la correlata riduzione dei costi nelle attività di back office; infatti una tecnologia come questa permetterebbe la condivisione di un unico sistema tra tutte le banche, e va da sé che un costo condiviso solitamente è meno oneroso di un costo sostenuto singolarmente.

Sembra quasi assurdo poter parlare di “Blockchain senza Bitcoin”, che come afferma Mr. Tayler di 11:FS (compagnia Britannica che opera nel settore del digital banking), è una buzzword sempre più utilizzata.  Non dobbiamo mai dimenticare di vedere Bitcoin come un sistema complesso, e non come una semplice moneta; in questo modo dovrebbe risultare più facile considerare i due concetti separatamente.

Gli unbanked

Un altro vantaggio della criptovaluta riguarda l’accesso ai servizi finanziari a quella fascia di popolazione cosiddetta “unbanked”, cioè tutti coloro che per raggiungere una banca devono percorrere almeno 200 km. Secondo Tilman Ehrbeck, partner della compagnia Omidyar Network, sarebbero il basso costo e la facilità di utilizzo tramite dispositivi elettronici i principali driver che porterebbero queste persone ad adottare la moneta digitale.

E nuovamente parliamo di persone che troverebbero conveniente un sistema che di per sé esclude le banche. Starà perciò a queste ultime cercare di capire come volgere a proprio favore questi aspetti.

Non è tutto oro quel che luccica

C’è anche l’altro lato della medaglia: un sistema di transazioni costruito come quello di Bitcoin renderebbe possibile alle banche competitor di “spiare” vicendevolmente le proprie attività.

Inoltre, l’irreversibilità dei pagamenti renderebbe piuttosto spinosa qualsiasi tipologia di errore, come ad esempio un’involontaria aggiunta di uno zero alla cifra in questione.

Qualche curiosità sul Bitcoin

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Tenete duro: ho quasi finito, ma credo sia interessante darvi qualche rapida informazione su Bitcoin, che come ho già detto, è stata prima moneta digitale ad essere stata creata, nel 2009.

Oggi il valore di un singolo Bitcoin è di circa 990$ e può essere monitorato tramite il  NYSE (New York Stock Exchange) BITCOIN INDEX; quindi se qualcuno di voi stesse pensando a qualche investimento, queste sono le coordinate.

Forse in Italia ci consideriamo un po’ arretrati dal punto di vista delle tecnologie, ma per una volta siamo i primi in classifica: infatti il nostro è il primo Paese al mondo in cui si può acquistare una casa interamente in Bitcoin.

E ora, domanda da cento milioni: sapete cos’hanno in comune i Bitcoin e i Gorillaz?

In realtà nulla di che, ma questa associazione mi è venuta in mente perché come i membri del gruppo britannico, anche l’inventore di questa moneta digitale si è nascosto per diverso tempo dietro una falsa identità: quella del giapponese Satoshi Nakamoto. L’anno scorso si è finalmente presentato al mondo come Craig Wright, di origini australiane. Dice che non avrebbe voluto rivelarsi, in quanto non cerca né fama né gloria, ma ormai erano vicini a scoprire chi fosse, e ha quindi deciso di giocare d’anticipo.

Imprenditori misteriosi, pagamenti che viaggiano nell’etere, creazione autonoma della moneta. Sembra quasi un film di fantascienza, eppure Bitcoin esiste. Il fatto di poter diventare “banchieri di sé stessi” è ancora una realtà riservata a pochi, sia perché non tutti conoscono la moneta digitale, sia perché non sempre essa è accettata come pagamento. Credo la sfida criptovaluta sia aperta e solo il tempo potrà rivelarci se si sia trattato solo di un esperimento o se  è quello il futuro della finanza.

E voi che ne pensate?

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