Human development: quando lo sport aiuta il business (e viceversa)

Discovering human development

Gestione dello stress;
fiducia in sé stessi;
teamwork;
resilienza.

Quante volte al giorno capita di imbattersi in almeno uno di questi termini? Perché sono diventati così importanti, tanto da essere quasi inflazionati?

Preparazione Fisica contro e Preparazione Mentale

Per la lettura di questo articolo si parta dal seguente assioma:

“Se non ti alleni non meriti di vincere.”

Nelle parole dell’ex campione del tennis mondiale Andre Agassi è racchiuso il concetto chiave, la formula, la condizione necessaria (ma a volte non sufficiente) di quello che è il presupposto principale del successo, della vittoria.

Il verbo “allenare” risulta però troppo vago, e tendenzialmente collegato all’aspetto della performance fisica e atletica. Non è più possibile parlare solamente di allenamento fisico, preparazione fisica, è invece fondamentale accostare a questo il concetto di preparazione mentale. Queste due tipologie di allenamento non sono alternative, bensì complementari.

Preparazione fisica e preparazione mentale sono le due facce della stessa medaglia.

Basti pensare a come si è evoluto il concetto di sport, a come la componente psicologica in quest’ultimo sia stata innalzata e finalmente parificata a quella fisica nel corso degli ultimi decenni.

Prendiamo come esempio uno degli episodi sportivi più dolorosi per l’Italia intera: USA ’94. Ai profani del calcio questo non dirà nulla, ma agli appassionati rievoca un senso di sconforto difficile da dimenticare. Finale della Coppa del Mondo di Calcio, si incontrano a Pasadena in California il Brasile di Dunga, Bebeto e Romario e l’Italia di Baresi, Maldini e Roberto Baggio, i tempi regolamentari e quelli supplementari finirono a reti inviolate per la prima volta nella storia, e sempre per la prima volta nella storia la competizione si decise ai calci di rigore. Il finale di quei 120 minuti è quanto di più amaro un tifoso italiano possa assaporare: Roberto Baggio sbaglia l’ultimo rigore per l’Italia ed il Brasile è campione del mondo.

Baggio USA '94

Ancora oggi il Divin Codino non si da pace per quell’errore. Il fantasista della nazionale è stato l’icona del calcio italiano degli anni ’90, insuperabile per tecnica e fantasia, forse il giocatore italiano più amato da tutti, a prescindere dal proprio tifo. Un giocatore eccezionale insomma, anche sui calci piazzati.

Com’è stato possibile che uno dei migliori giocatori della storia del calcio non sia riuscito a centrare la porta dagli 11 metri, nonostante la preparazione fisica, gli allenamenti, la tecnica individuale sopraffina? Un calcio di rigore non richiede lo sforzo fisico di uno sprint di 200m, ma richiede il sangue freddo di un cecchino. Capita allora che la pressione e la tensione schiaccino chi deve batterlo, beffandolo e non curandosi del suo bagaglio tecnico.

Questo è quanto accadde quel giorno. La perfetta metafora di come anche un gesto semplice possa non più risultare tale quando la pressione aumenta e la mente non riesce a rimanere lucida.

Business come metafora dello sport

Come nello sport anche nel business si ragiona per traguardi, risultati. Qualcosa che sia tangibile ed individuabile, e che una volta raggiunto sia seguito da un altro obiettivo, più ambizioso, più grande, il quale in tutta probabilità richiederà uno sforzo ancora maggiore.

In 3 parole: alzare l’asticella.

Ed allora ecco che anche all’interno dell’ecosistema azienda entra in gioco quella forma mentis tipica dello sport, che ben si presta e trova il suo spazio anche all’interno delle imprese. Prendersi delle responsabilità, cercare di migliorarsi, resistere alla pressione, aggiungere uno sforzo extra, apprendere dai fallimenti, gioire delle vittorie. L’elenco degli elementi in comune tra sport e business potrebbe essere interminabile.

Le cosiddette soft skill

Esistono centinaia di definizioni diverse di soft skills, tanto che per estrarne tutto il concetto servirebbe un articolo a parte.

Ma quante di queste skill che popolano copiose i curriculum derivano dal mondo dello sport? Si pensi alla più comune: il teamwork, ossia la capacità di riuscire a lavorare in sinergia con un gruppo di altre persone per un risultato comune, la metafora perfetta di un qualsiasi sport di squadra. Attraverso lo sport, infatti, è possibile imparare a relazionarsi con gli altri in situazioni altamente comuni a livello aziendale, si pensi alle tensioni interne ad un gruppo, i contrasti, i confronti, i cambi di strategia. Riuscire ad affrontare tutto questo in un contesto sportivo avrà in tutta probabilità un transfer positivo anche in un contesto lavorativo.

Lavorare sotto pressione, avere una deadline sempre più vicina, non è forse paragonabile alla preparazione che richiede la finale di un torneo? Riuscire ad arrivare pronti alla consegna di un progetto, nonostante la pressione raggiunga livelli sempre maggiori, riuscire a convivere con quella tensione che amplifica i propri sensi, non è come allenarsi per una gara?

Gestire lo stress sul posto di lavoro, dovuto a carichi di responsabilità, situazioni personali difficili non è comparabile al dover ribaltare una situazione di svantaggio, annullare un match point?

Ecco che allora lo sport, in un certo senso, modella come creta chi lo pratica, rafforzando i punti di forza ed evidenziando le debolezze su cui lavorare.

Parole chiave: routine e circolo virtuoso

Durante la prima edizione del MARKETERs Festival uno degli speaker fu Lorenzo Paoli, mental coach e consulente per aziende che letteralmente smembrò la parola routine, analizzandola nel dettaglio per far sì che i presenti capissero come questa faccia la differenza in ogni cosa che facciamo.

Lorenzo Paoli MF16

Per raggiungere obiettivi è necessario stabilire una serie di comportamenti ed azioni efficaci ed efficienti attraverso le quali operare. Routine ben strutturate portano a buoni risultati, routine sbagliate no: è semplice.

In un certo senso, anche nello sport si arriva ad un obiettivo solamente con delle routine, si impara un certo gesto tecnico solamente attraverso la ripetizione di quel gesto, fino a quando non lo si è interiorizzato e ripeterlo viene quasi automatico. Solo a questo punto sarà possibile passare al gesto successivo, di difficoltà maggiore. Banalmente: non è possibile pensare di servire la pallina a 210km/h se non si sa tenere in mano la racchetta nel modo giusto. Così come una tecnica perfetta ed una fisicità esplosiva, senza la giusta tenuta mentale, non garantiscono la vittoria a Wimbledon.

Volendo quindi schematizzare il circolo virtuoso di qualsiasi sport:

Obiettivi = Preparazione fisica e mentale = Risultati

Questo schema, preparazione fisica a parte, risulta ugualmente applicabile al business e al mondo del lavoro. Una volta stabiliti quelli che sono gli obiettivi, è necessario individuare routine valide che consentano di raggiungere il risultato.

Corollario dell’assioma iniziale: non sempre si può vincere.

Come nello sport, anche nel mondo del lavoro spesso capita che non si raggiungano i risultati stabiliti inizialmente. La causa va ricercata nella stessa natura dell’essere umano: fallibile. Superata la delusione iniziale, un’attenta analisi di quello che è stato il percorso e la prestazione, sia sportiva che lavorativa, è sicuramente il modo migliore di procedere ed avvicinare in maniera proattiva il risultato prefissato.

Venerdì 25 novembre a Villa Fiorita si terrà la seconda edizione di MARKETERs Festival, e nel percorso Human Development sarà approfondita la connessione stretta tra sport e business da Matteo Soragna, ex cestista della storica e pluri-premiata Benetton Basket, ora commentatore per Sky Sport 2: scopri di più su MARKETERs Festival 2017!

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