L’importanza di sapere l’inglese per lavorare (altro che itanglese!)

Sei italiani su dieci affermano di usare l’inglese a lavoro, percentuali che si alzano notevolmente per chi lavora nel marketing. L’inglese degli italiani però vacilla e nell’incertezza troppo spesso trova rifugio nell’itanglese: una lingua di mezzo, né italiano né inglese, che risuona negli uffici a colpi di schedulare, forwardare e performare, per dirne alcune.In vista dell’evento MARKETERs Academy del 7 e 14 Aprile a Mestre abbiamo approfondito perché è importante sapere davvero l’inglese per lavorare.

In uno studio del 2016 di ABA English risulta che il 61% di italiani usa l’inglese nel posto di lavoroSecondo la stessa ricerca, che ha coinvolto 3.200 persone nel mondo tra cui 800 italiani, nove intervistati su dieci affermano che oggi sul posto di lavoro viene richiesto un livello di inglese più elevato rispetto ad alcuni anni fa. Il lavoro risulta quindi la ragione principale per motivare lo studio dell’inglese secondo il 55% degli intervistati, al fine di acquisire quel valore aggiunto che ricercano al giorno d’oggi le aziende.

E se da un lato l’inglese diventa necessario per lavorare, dall’altro diventa una leva importante per fare carriera e avere successo, soprattutto in alcune professioni. Infatti, lo studio “English at Work” del 2016 realizzato da Cambridge English evidenzia quanto conoscere l’inglese permetta di raggiungere il successo nel proprio ruolo lavorativo. Nel podio delle posizioni che necessitano dell’inglese come skill necessaria per fare carriera in Italia troviamo il Top Management, il Marketing e l’Accounting & Finance; ma anche Sales (72%), Human Resources (63%), Production (67%), Customer services (69%) e Logistics (64%).

Insomma, negli ultimi anni emerge con forza come sapere l’inglese sia davvero importante. A questo punto, sorge spontanea una domanda.

Quanto gli italiani sanno davvero l’inglese?

Non molto, a dire il vero. Come ogni anno, Education First nel 2017 ha pubblicato sul proprio sito un report che pone l’attenzione sulla competenza dell’inglese nel mondo. E i risultati non sono proprio entusiasmanti: l’Italia si posiziona al 23esimo posto in Europa.

Da tale ricerca si evince inoltre che il livello di inglese riscontrato è però cresciuto negli ultimi anni, fino a raggiungere quello che secondo gli standard di EF è un livello medio. Oltre a presentare la situazione per i diversi Paesi, dal report di EF in Italia emerge che:

  • Il divario tra Nord e Sud si sente notevolmente, con il meridione italiano che registra i livelli più bassi (Basilicata fanalino di coda, contro un Friuli Venezia Giulia in testa assieme a Lombardia e Liguria);
  • A livello di città, pur con un livello che mai supera il “buono”, Genova è al primo posto seguita da Bologna, Milano e Firenza; Venezia al quinto posto 🙁 ;
  • Per quanto riguarda le differenza di genere, similmente a quanto avviene nel mondo e in Europa il podio si tinge di rosa.

La fotografia che emerge dal report è tutt’altro che confortante, considerando che lo stesso studio sottolinea come esista una forte correlazione tra i paesi che conoscono meglio l’inglese e quelli più floridi economicamente, culturalmente e socialmente. Ma come rispondono gli italiani a tutto questo?

Inglese vs Itanglese: la battaglia senza fine (ma che deve finire presto)

Più che l’inglese, spesso ci imbattiamo in quello che comunemente viene chiamato itanglese. Più propriamente “l’italiano che deriva dalla mescolanza di vocaboli e costrutti italiani e inglesi” (Treccani).

Ciò significa che si sono fatti strada piano piano determinati termini inglesi al punto tale da sostituire quelli italiani. E non serve pensarci molto per accorgersi quanto questa cosa sia vera: al di là degli intraducibili jeans o Millennials, ecco che “riscontro” diventa “feedback” o ancora più banalmente diciamo “chiama il customer care!” anziché “chiama l’assistenza clienti!”. Gli esempi sono davvero infiniti. 

Questi neologismi inglesi però non sono riferiti strettamente alla sfera sociale e personale ma sono entrati a far parte anche del gergo lavorativo, soprattutto nel marketing: meeting, workshop, skype call, audience, boss, advertising; per non parlare di pain points o needs. C’è persino chi si è occupato di stilare una classifica dei dieci più abusati. Peccato che a volte ci si imbatte in un uso completamente scorretto e, diciamocelo a gran voce, non è piacevole quando si fanno gaffe con l’inglese durante una riunione con il responsabile della filiale americana.

Ancora più deludente sapere che per il mondo lavorativo una conoscenza fluente dell’itanglese non è ancora così richiesta, né tanto meno riconosciuta come lo è l’inglese. Ma non preoccupatevi, c’è chi si è già mosso. Pensiamo per esempio all’iniziativa lanciata nel 2015 da Annamaria Testa, una vera e propria petizione volta a incitare l’uso dell’inglese, e ovviamente dell’italiano, corretto. #Dilloinitaliano infatti ha invitato “il governo, le amministrazioni pubbliche, i media,le imprese a parlare un po’ di più, per favore in italiano”, chiedendo direttamente all’Accademia della Crusca di essere portavoce di tale istanza.

Il risultato? Oltre 70.000 firme in un mese, che hanno portato l’Accademia della Crusca a costituire il Gruppo Incipit.

L’inglese è il punto di riferimento nel mondo del lavoro. Per questo ti invitiamo al corso di Business English organizzato da MARKETERs Academy Sabato 7 Aprile e Sabato 14 Aprile a Mestre. I posti sono limitati: per maggiori informazioni ti invitiamo a visitare il sito di MARKETERs Academy.Ti aspettiamo!

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