Storie di smartphone, priorità e maleducazione

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Secondo un’analisi condotta da ISTAT e ACI, l’80% degli incidenti gravi alla guida è causato dall’utilizzo di telefoni cellulari, il cui uso provoca una disattenzione stimata in 10 secondi. Il dato è aumentato del 20% dal 2014 al 2015: la causa alla base di tutto ciò potrebbe essere una ridefinizione delle nostre priorità.

Il video che avete appena visto è parte della campagna “It can wait” promossa da AT&T, una compagnia telefonica statunitense, che con questo video e altre iniziative cerca di sensibilizzare le persone rispetto al delicato tema dell’utilizzo dello smartphone alla guida (proponendo, ad esempio, un tour in cui con un simulatore di guida e dei Samsung VR viene inscenata una situazione di guida ordinaria intervallata da notifiche sul telefono). Il messaggio che viene veicolato è semplice: in strada ci siamo tutti, se tutti ci comportassimo in modo migliore, gli incidenti sarebbero ridotti al minimo.

Nel sito dell’iniziativa si legge che il 95% delle persone condannano l’utilizzo dello smartphone mentre si è in auto alla guida: nonostante ciò, più di 400.000 incidenti all’anno negli USA vengono causati esattamente dalla disattenzione da telefono cellulare.

La situazione in Italia

In Italia, la situazione non è molto migliore: secondo uno studio della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri, nel 2015 sono state commesse quasi 50.000 infrazioni dovute all’utilizzo del cellulare alla guida. Inoltre, questa cattiva abitudine ha portato un aumento degli incidenti gravi, perché se in situazioni di disattenzione “normale” molto spesso c’è un tentativo anche solo tardivo di frenata, capita invece che a causa del telefono manchi totalmente la frenata, e dunque la violenza dell’impatto aumenti.

La Pina guida e basta

Anche in Italia sono state lanciate campagne di sensibilizzazione, a opera di Polizia e Carabinieri: in questa, per esempio, il messaggio veicolato da una testimonial d’eccezione (La Pina di Radio Deejay) è chiaro e semplice, e mira non solo a modificare un comportamento ma anche a pubblicizzare un’app che disattiva le notifiche di chiamate e messaggi per tutto il tempo in cui si sta alla guida.

Questione di priorità

Come è evidente, i dati sono decisamente poco confortanti. Ma qual è il motivo che spinge le persone a non staccare dalla propria vita online – e non solo, vedi sms e chiamate – nemmeno alla guida, quando l’attenzione dovrebbe essere solo ed esclusivamente alla strada? Nel video di AT&T, i motivi sembrano essere molti: noia, semaforo rosso, divertimento, contatto con i propri amici. Dal mio punto di vista, quasi tutti questi comportamenti si possono riassumere in un’unica origine: l’oggetto smartphone ha sostanzialmente ridefinito la nostra scala delle priorità.

Siamo tutti connessi, molti anche 24 ore al giorno (non spegnendo telefono e Wi-Fi nemmeno durante la notte); e non solo siamo connessi, ma siamo anche ben consapevoli del fatto che lo sono tutti. Questo si traduce in una ricerca di immediatezza nella relazione con le persone, in altre parole: vogliamo sempre “tutto e subito”.

Facciamo un passo ulteriore e cerchiamo di capirne le immediate conseguenze, con un esempio. Se io ho bisogno di te ora, e ti scrivo su Whatsapp, mi aspetto da te che tu mi risponda entro un lasso di tempo ragionevolmente breve, e in caso contrario inizio a essere coscientemente o inconsciamente infastidito, soprattutto se posso controllare l’ultima volta in cui hai effettuato l’accesso nell’applicazione. Questo meccanismo, tuttavia, è anche riflessivo: in linea di massima, devo rispondere subito a un messaggio, una mail, una telefonata, perché “sembra brutto” far aspettare, non voglio passare per maleducato. “Volendo potrei dare una rapida occhiata e rispondere dopo”: peggio ancora! Vorrebbe dire visualizzare e non rispondere, praticamente un’offesa personale.

“Socialmente” educati, praticamente incoscienti (e un po’ maleducati)

Si diceva, ridefinizione delle priorità. Tra guidare in modo sicuro e correre un rischio totalmente non calcolato pur di essere “socialmente” educati, la maggior parte di noi (anche chi nega di farlo) sceglie inconsapevolmente la seconda opzione, mettendo a rischio la propria vita e soprattutto quella degli altri solo con lo stupido obiettivo di non disconnettersi dal mondo nemmeno durante un tragitto in auto di pochi minuti.

A ben pensarci, il meccanismo è molto simile a quanto successo con le telefonate nel momento in cui il telefono cellulare è diventato una commodity e non più un lusso, e la sua diffusione è diventata capillare: nella stragrande maggioranza dei casi in cui ci si trovi a parlare (di persona) con qualcuno e contemporaneamente si riceva una telefonata, questa ha la precedenza assoluta sulla conversazione “offline”; e se ciò è col tempo entrato a far parte delle convenzioni sociali tendenzialmente accettate, resta in senso assoluto appunto una convenzione, probabilmente anche non del tutto consona a un comportamento rispettoso nei confronti di chi ci sta di fronte (che non ha nessuna voglia di sorbirsi la nostra conversazione telefonica).

Chiamata al lavoro

Quello dell’utilizzo dello smartphone alla guida, in realtà, è solo un esempio che ben dipinge e porta all’eccesso – un eccesso drammaticamente reale – il cambiamento che c’è stato nei confronti della percezione di ciò che è urgente e ciò che non lo è. La guida, infatti, non è l’unico momento che spesso viene sacrificato ai 5 pollici del telefono. In generale, come detto, l’essere connessi e disponibili passa in primo piano rispetto a tutto: la mezz’ora di jogging, il tempo passato con la morosa e con la famiglia, la produttività al lavoro.

Fino solo a qualche anno fa, la situazione era ben diversa: la maggiore lentezza delle comunicazioni (un sms è decisamente più “lento” di un messaggio su Whatsapp: il primo necessita del tempo tecnico di invio e ricezione, e non lascia tracce di lettura, il secondo è immediato e letteralmente in tempo reale) faceva sì che l’urgenza della reperibilità fosse una sensazione meno percepita. Agli sms si rispondeva anche in auto, talvolta, ma dal momento che i telefoni non erano touchscreen, si potevano impugnare con una mano e i tasti avevano un feedback “fisico” e tangibile, era possibile digitare senza guardare lo schermo. Comportamento comunque deprecabile e poco indicato, ma probabilmente un po’ più sicuro rispetto all’obbligo odierno di guardare lo schermo durante la digitazione.

La “look down generation”

Simon Schama, sulle pagine del Times, parla di “look down generation” per definire quell’attitudine che crea persone non solo incapaci di guardarsi in faccia, ma tantomeno in grado di fermarsi a guardare il cielo o il mondo circostante, perché troppo concentrate sull’esistenza che si impegnano a rinchiudere dentro telefoni e social network.

Ragazzo smartphone cuffie

Quello che più spaventa, a mio modo di vedere, è il distacco dalla realtà che questo comportamento rischia di provocare, se il singolo non sa o non impara a gestirlo. Distacco dalla realtà che si manifesta in modalità differenti: nei giovani plasma individui che crescono social ma non sociali, maestri di emoji ma inesperti di emozioni; tra gli adulti, molti dei quali sono totalmente privi di qualsivoglia tipo di esperienza online e per cui lo smartphone è uno dei primi approcci alla rete, offre una seconda vita virtuale (il riferimento a “Second Life” non è casuale, per chi lo avesse colto) che in realtà è molto più interlacciata con la vita reale di quanto loro stessi non credano, concetto tuttavia non sedimentato che causa non pochi problemi nella vita offline.

Gli smartphone hanno certamente cambiato la nostra vita, permettendoci di semplificare molte delle cose che facciamo e facendoci molto spesso risparmiare tempo; hanno tuttavia cambiato anche il nostro modo di approcciarci alle persone, con indubbi pro (le distanze tra le persone non sono mai state così ridotte) e qualche palese contro, su cui dovremmo riflettere per evitare, in relativamente poco tempo, di ritrovarci a essere gli inconsapevoli protagonisti di un episodio troppo realistico di Black Mirror.

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