Feminism is the new black!

Parola d’ordine del 2017: Femminismo.
Sembrerebbe proprio che questo fenomeno negli ultimi tempi stia avendo , sui social, sempre più ampia visibilità.
Non si parlava così tanto di femminismo da anni, o meglio, non se ne parlava in un modo così “rivoluzionario”, scatenando reazioni a catena, quali rabbia, gioia, supporto e condivisione.
I social hanno rappresentato una nuova cassa di risonanza di questa battaglia al femminile.

Cosa significa oggi il termine Femminismo?

Quello che differenzia il femminismo del 2017 da quello degli anni ‘60/’70 è il concetto stesso.
Negli anni ‘60 era considerato un movimento che coinvolgeva donne, frigide e gran lavoratrici. L’obiettivo era quello di ottenere dei diritti e di non vedersi negate delle opportunità. Non era visto come un’ideologia. Era una battaglia con valori forti che le donne portavano avanti per loro stesse e per le generazioni future; non era un modo per creare attrito con gli uomini.

Oggi il termine “femminismo” viene utilizzato spesso con connotazione negativa, sembrerebbe quasi discriminatorio verso il pubblico maschile, quando invece dovrebbe coinvolgere, come dichiarato da Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana, durante una conferenza TEDx nel 2013: Penso che il femminismo sia per le donne e per gli uomini, non ho mai pensato che il femminismo fosse un gruppo solo per donne, penso che gli uomini debbano essere coinvolti.”

Ma perchè questo cambiamento di visione?

Questa visione negativa o se si vuol dire “respingente” per gli uomini, è dovuta principalmente al fatto che oggi il femminismo sia personalizzato e personalizzabile. Ogni donna sente di avere il diritto di scegliere liberamente della propria vita. Questo è quello che viene chiamato “Choice Feminism”: come donna ho il diritto di scegliere per me stessa, come meglio credo, ma soprattutto come credo io.
Pertanto è naturale che scatti un atteggiamento di rivalsa del popolo femminile, il quale sfocia verso situazioni in cui si assume un’attitudine aggressiva verso il mondo maschile.​

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Perchè è così facile parlarne sui social?

Durante il secolo scorso, quando i social media non esistevano, le donne erano attive attraverso manifestazioni, striscioni e scioperi in strada.
Oggi invece femminismo e social rappresentano un binomio perfetto. I social sono mezzi di comunicazione semplici, diretti ed efficaci. Per di più la parola femminismo manifesta, anche involontariamente, quello spirito di gruppo che accomuna le donne grazie ad un interesse comune. Entra dunque in funzione il meccanismo di condivisione on line.

Hanno così iniziato a farsi spazio su Facebook e attirare l’attenzione, del popolo femminile, pagine dedicate interamente al loro universo. Da associazioni ufficiali, blog personali, passando per progetti editoriali, a veri e propri social network tinti di rosa.
Uno di questi è Pinktrotters, social per donne che viaggiano da sole, un modo alternativo per creare un network di amiche per dare supporto in qualunque città. Un altro è Freeda, un progetto editoriale, che seppur giovane sta riscuotendo molto successo. Dedicato alle donne e “ai tanti modi di essere, di una nuova generazione di donne”. Vanta già numerosi follower su Facebook e Instagram, social in cui condivide i propri contenuti scritti dalle editor che cercano di non prendersi troppo sul serio, sfatando il mito della “perfezione fatta donna”.

La nuova moda del Femminismo

Non solo social come canale di comunicazione per la diffusione dell’animo femminista, anche la moda assume un ruolo da protagonista.
Proprio perché siamo donne, consideriamo il fashion uno dei modi migliori per comunicare la femminilità.

Uno dei primi esempi risale agli anni ’70 quando fece la sua comparsa una maglietta con la scritta “The future is female”. Realizzata per manifestare lo slogan della Labyris Books, ossia la prima libreria femminista a New York.
La T-shirt con la suddetta scritta ebbe successo quando la fotografa Liza Cowan immortalò la sua ragazza, la musicista Alix Dobkin, mentre la indossava. Scopo principale era quello di creare un reportage, legato al cambiamento femminile, in particolare del passaggio verso la sua vita da lesbo.
Oggi questa maglietta viene rilanciata grazie a Rachel Berks, proprietaria di Otherwild, negozio e studio di design particolarmente vicino al mondo femminista, che, notando la T-shirt nel profilo IG “Her Story”, decise di riproporre lo slogan. La sua idea ebbe subito un grande successo sul mercato ma soprattutto sui social.

Cara-Delevingne

Dalle semplici T-shirt si passò alle sfilate.

La prima da ricordare è la collezione primavera/estate 2015 di Chanel. Il tema scelto era proprio una manifestazione femminista con cartelloni e megafoni. Karl Lagerfeld in quell’occasione non si era fatto sfuggire la possibilità di portare il tema in passerella ed evidenziare così la lotta per l’uguaglianza dei diritti.
Inutile dire che suscitò stupore e successo. I social impazzirono per la geniale idea prodotta dalla Maison francese, mobilitando quell’innato spirito femminista che sorse durante la stagione della moda.

Ciò è stato ripetuto per la collezione primavera/estate 2017 di Dior. In tale occasione la casa di moda ha lanciato la ormai celebre T-shirt WE SHOULD ALL BE FEMINISTS”, indossata tra le passerelle, da influencer e celebrities, poi diventata virale anche tra le ragazze comuni. In men che non si dica spopolò tra i social.

Ma le donne che indossano questa T-shirt sono davvero femministe o sono semplicemente influenzate dai trend?

Con la moda i simboli vengono presi e ricollocati in un contesto diverso, diventando così semplici beni di consumo di tutti i giorni, privandoli del loro vero significato.
A tale proposito sorge spontaneo fare riferimento ad Andy Warhol, principale figura del movimento “Pop art”. L’artista, prendendo immagini pubblicitarie di grandi brand (es. Coca Cola) o immagini d’impatto, riusciva a svuotarne il significato utilizzando la tecnica della serigrafia, ovvero la ripetizione dell’immagine su vasta scala. Quello che sta accadendo al concetto di femminismo si avvicina molto a ciò che faceva Warhol. Se viene stampata su una T-shirt, la si fa indossare a influencer e poi a ragazze comuni con casualità, disinvoltura e superficialità, si inizia a svuotarne il significato in modo da trasformarlo in un valore meramente economico. Ecco che al giorno d’oggi il termine è più pop (dove pop sta per “popolare”, “popolo”), passando dalla pop art al pop femminismo.

L’altra faccia del Femminismo moderno

Nonostante siano soprattutto influencer e celebrities ad indossare queste T-Shirt, più per un valore economico che simbolico e promuovendo così l’animo femminista sui social, non mancano di certo le paladine del femminismo. Queste ultime hanno utilizzato la loro fama per trasmettere un significato più profondo, diventando rappresentanti di tutte quelle voci femminili che non sono ascoltate.

Un esempio può essere rappresentato da Emma Watson. Sempre in prima fila in questa battaglia, fu nominata nel 2014 Ambasciatrice di buona volontà dall’UN Women, Ente delle Nazioni Unite che sostiene l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne. Nel 2014 lanciò la campagna di solidarietà in favore dell’uguaglianza “#HeForShe”, volta anche a mobilitare gli uomini a difendere i diritti delle donne. Nel 2016 invece, fondò un club letterario di lettrici donne “Our Shared Shelf” il cui tema principale è il diritto delle donne, tutto ciò visto attraverso dei libri che lei stessa propone alle lettrici.
Il club riscosse subito molto successo, in men che non si dica ottenne il supporto di migliaia di ragazze.

Il suo lavoro oggi non si ferma qua. Oltre ad essere attiva durante numerosi eventi pubblici, lo è anche sui suoi propri profili social dove, a differenza di chi trasmette un’immagine del femminismo sbagliata, li utilizza per “propagare” la vera lotta di questo movimento: Penso sia giusto che io venga pagata come la mia controparte maschile, penso sia giusto che io possa prendere decisioni riguardo al mio corpo, penso sia giusto che a livello sociale mi venga offerto lo stesso rispetto degli uomini”.

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Che se ne parli bene o male l’importante è parlarne.

Sembrerebbe questo il mood migliore per spiegare il boom di condivisioni, blog, sfilate ed eventi a tema “Feminist”. 

Si è creato un trend quasi virale per questo 2017. Il femminismo è entrato nel tunnel del consumismo e ogni momento è buono per brandizzare un oggetto con la scritta Feminist.
Si, “Brandizzare”… perchè si è preso un termine da un significato profondo e lo si è trasformato quasi in un marchio commerciale, un marchio che ci dice se siamo o meno delle femministe. Un po’ come quando si viene divisi nelle categorie di “chi veste di marca e chi no”.

Tutto si riconduce quindi ad un pensiero univoco: quando il femminismo rappresenta realmente un movimento sostenuto dalle attiviste e quando invece viene sfruttato per attività di Marketing?
I social non sono sollevati dal pericolo di creare stereotipi sbagliati su questo movimento.
Anche gli slogan più positivi sono soggetti a speculazioni e alla successiva perdita del loro vero significato.
D’altronde è proprio la moda ad insegnarci quanto sia semplice sentirsi delle guerriere per il semplice fatto di avere uno slogan stampato sul petto, piuttosto che fare qualcosa di concreto e tangibile a favore del femminismo.

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