Ko8e24: l’ultimo atto di Kobe Bryant con i Los Angeles Lakers

Non mancherebbero certo argomenti di discussione, in una sera di Dicembre in cui i nuovi Lakers di Ball ospitano Durant e gli Warriors. A rubare la scena, però, è ancora una volta Kobe Bryant, protagonista della cerimonia con cui entrambi i numeri che ha indossato (8 e 24) vengono ritirati dalla franchigia di Los Angeles. È stato uno show, che proviamo a esplorare qui in tutti i suoi aspetti.

Ci siamo lasciati, il 13 aprile 2016, con Jay-Z, Kanye West e Jach Nicholson ad osannare il sessantesimo punto di Kobe Bryant, alla sua ultima partita in maglia Lakers allo Staples Center. Come avevate letto su queste pagine, era solo il coronamento di mesi del cosiddetto “Farewell tour”, con cui il Mamba (e i suoi sponsor) ha salutato la Lega di cui è stato protagonista per vent’anni.

Arrivati al momento in cui Kobe ha avuto il tempo, a centrocampo, di dire le sue ultime parole in divisa Lakers, Justin Taylor, ai tempi responsabile social di Nike Basketball, doveva solo premere invio per il post celebrativo. La scelta del copy era già stata fatta, in linea con la campagna “The Conductor” portata avanti dallo swoosh:

“Love him or hate him, you’ll never forget him”

“Che l’abbiate amato o odiato, non ve lo dimenticherete mai”

Poi però il Mamba, con l’ennesimo colpo di cinema della carriera più hollywoodiana di sempre, decide di dare il suo commiato ultimo con un “Mamba Out” che altera i piani di Taylor, abile a rivedere il copy in real-time regalandoci questa gemma.

(Per la cronaca, il celeberrimo mic drop dell’ex Presidente degli Stati Uniti con tanto di “Obama Out” è datato 30 aprile 2016, pochi giorni dopo. Aveva un occhio su Los Angeles forse…)

 #Ko8e24

Rieccoci, è il 18 dicembre 2017. Di nuovo in mezzo al campo, ancora a Los Angeles. Microfono in mano, moglie Vanessa e figlie a bordo campo, parata di stelle presenti per lui.

Tutto sembra uguale, ma questa volta Kobe è nel suo gessato nero di un’eleganza italica (le radici non si dimenticano), a spiegarci le sue emozioni nel rompere l’ennesimo record della sua carriera.

Perché i Lakers, per la prima volta nella storia della NBA, hanno deciso di ritirare entrambi i numeri che KB ha vestito in gialloviola: la canotta numero 8, scelta al suo arrivo nella Lega e tenuta per dieci stagioni, e quella numero 24, indossata fedelmente fino a quella notte di metà aprile dello scorso anno.

Se i numeri ci raccontano di due versioni egualmente efficaci e vincenti, Kobe #8 e Kobe #24 sono stati giocatori e personaggi diversi, capaci di conquistare un posto nel cuore dei tifosi facendosi spazio da angolature differenti.

In totale stile da Hollywood, e coerentemente con la narrativa portata avanti durante il farewell tour, Kobe è stato al centro di una giornata ricchissima di spunti per chi è appassionato di marketing sportivo e di storytelling al massimo livello.

 The puppets are back

L’occasione non è sicuramente sfuggita a Nike, anzi. La compagnia di Portland sta continuando a produrre la linea di scarpe a firma Bryant, a testimonianza della legacy che vive dopo il suo ritiro. La banalità non è di casa per lo swoosh, che decide di riportare in vita un famosissimo ciclo di commercial visti nel 2009, in cui Kobe Bryant e LeBron James in versione puppets discutevano animatamente tra loro.

Al tempo LeBron doveva ancora vincere un titolo e Bryant ne aveva già collezionati tre, il che rese popolarissima la scena in cui il gialloviola chiede al suo giovane erede di aiutarlo a ritrovare i suoi anelli di campione:

Riprendere una campagna tanto iconica ha avuto di certo un effetto virale di successo, ma è curioso anche provare ad andare oltre cercare di capire la decisione di affiancare i due volti anche in questa situazione.

Personalmente penso che questa scelta abbia ribadito una volta di più che LeBron James è il volto di Nike nel mondo al momento. Riproporre questo canovaccio, mostrando entrambi in pace con se stessi, su una spiaggia a conversare divertiti sull’impronta lasciata da Kobe nella NBA, legittima una volta di più LBJ come stella mondiale assoluta. Il riverbero della campagna aumenta sensibilmente per la sua sola presenza, e il mostrare come si sia evoluto il suo ruolo da fenomeno spesso deriso a campione acclamato (ora i tre anelli li ha anche lui) è un’immagine potente.

Non potevano che fare il loro ingresso allo Staples i puppets di Kobe, nella versione #8 e #24, portati da Nike ad assistere con Kevin Durant alla serata storica.

Le difficoltà di BodyArmor 

Anche BodyArmor, energy drink di cui Kobe è azionista e illustre frontman, ha colto la chance per attivare una campagna social. A differenza di Nike, però, questo caso va citato per la debolezza del concept e dell’esecuzione.

Se il dibattito 8vs24 è stato centrale nel dibattito pubblico, dare una chiave personale è fondamentale quando vuoi dare voce ai tuoi testimonial nell’universo digitale.

BodyArmor, invece, ha prodotto delle grafiche social con prodotto e brand a sovrastare la storia narrata, insieme a dei copy completamente spersonalizzanti. L’effetto è stato una serie di post di atleti come Porzingis, Rizzo, Thompson e Sherman tutti uno uguale all’altro, trasformando una possibilità di autentico storytelling in una marchetta abbastanza stucchevole.

Un concerto intimo

A dare il via alla giornata è un contenuto stupendo proposto dal team dei social media dei Lakers, che lanciano la serata di festa con una GIF della doccia di champagne riservata al Black Mamba nella sua ultima notte allo Staples Center. Semplice, efficace, e perfetto per avviare una lunga serata.

Prima dell’inizio della partita, è stato Shaquille O’Neal, amico-nemico per eccellenza di Kobe, ad accogliere lui e famiglia al palazzetto, con un DJ set che ha visto un’irruzione singolare di Kendrick Lamar, chiamato ad esibirsi per l’occasione.

Già di recente Kobe e “K Dot” avevano condiviso dei momenti, come alla recente conferenza ComplexCon a Los Angeles dove sono intervenuti in un panel di raro interesse. Parliamo di “different animal, same beast”, due personaggi fatti della stessa sostanza non-umana.

Intorno al minuto 9’30”, un distillato purissimo di #MambaMentality:

“If basketball is the best thing I’ve done in my life, then I’ve failed

Se il basket sarà la cosa migliore che ho fatto nella mia vita, allora avrò fallito

Sneakers celebrative

Il lascito di Kobe è stato visibile anche in campo, dove i giovani Lakers hanno perso al supplementare contro la corazzata Warriors, seppur priva delle stelle Curry e Green. Anche la matricola più chiacchierata della NBA, Lonzo Ball, ha voluto fare uno strappo alla regola, indossando un paio di rarissime Kobe 10 HTM per celebrare la leggenda gialloviola, rinunciando alle sue care Zo2 Remix del Big Baller Brand (arriverà anche il vostro momento, Lavar).

Anche Kyle Kuzma, altro prospetto in divenire della compagine angelena, ha tributato Bryant con una sneaker in pelle squamata, a richiamare il serpente Black Mamba a cui Bryant è stato associato per il suo killer istinct.

Proprio Kuzma, insieme ai compagni Clarkson e Ingram, ha raccontato per The Players’ Tribune i loro ricordi recenti insieme a Kobe, testimoniando la volontà di quest’ultimo di condividere con i giovani segreti per il successo. In mezzo alla vastissima copertura mediatica data alla giornata (efficaci anche i contenuti proposti da NBPA e soprattutto Bleacher Report), TPT è stato ancora una volta in grado di portare un’angolatura fresca e intrigante (vedi anche la lettera di Ice Cube).

Dear Basketball

Finito il primo tempo, è giunto il momento della vera e propria cerimonia. Ma prima dell’ingresso in campo di Kobe e delle parole della proprietaria Jeanie Buss, del presidente Magic Johnson e del GM Rob Pelinka (ex agente proprio di KB), sul maxischermo dello Staples Center è stato mostrato il cortometraggio animato “Dear Basketball”, ispirato alla lettera con cui la star ha annunciato il suo ritiro dal basket.

Il corto, realizzato da Glen Keane (“La Bella e la Bestia”, “Aladdin” tra gli altri) e John Williams, è candidato all’Oscar nella categoria “Best Animated Short”, con la possibilità di vincere la notte del 23 gennaio l’ambitissima statuetta dell’Academy.

Si tratta davvero di un documento splendido, con la voce narrante di Bryant a raccontare il suo rapporto con la pallacanestro, vissuto con incredibili sacrifici ma anche spettacolari successi.

La Legacy 

Entrato in campo, Magic Johnson gli tributa IL complimento (“sei il più grande Laker di tutti i tempi”), Jeanie Buss si emoziona nel ricordare la sua dedizione alla causa gialloviola, e insieme ci si prepara a vedere le due maglie ritirate sul soffitto di quella che, a tutti gli effetti, è stata casa sua negli ultimi vent’anni.

Preso il microfono in mano, prima di concludere (di nuovo!) con la catchphrase “Mamba Out”, Kobe ha ringraziato tutti, dall’organizzazione ai giocatori, dai tifosi alle leggende con cui può condividere questo immenso privilegio.

Bryant non è mai stato un personaggio semplice, è stato polarizzante, mai banale, spesso controverso, ossessionato dal successo, talvolta ha sublimato l’individualismo nello sport di squadra.

Le frasi con cui si è rivolto alle sue figlie Natalia, Bianka e Gianna, (al minuto 5’) sono perciò la sua vera legacy, quella capacità di portare abnegazione e forza di volontà a livelli mai esplorati prima.

 

Quei momenti in cui ti svegli presto la mattina e lavori duro,

Quei momenti in cui sta sveglio fino a tardi la sera e lavori duro, 

Quei momenti in cui non ti senti di lavorare, sei troppo stanco, non vuoi spingerti oltre, ma lo fai lo stesso,

Quei momenti sono il vero sogno. Quello è il sogno.

Non la destinazione, ma il viaggio.

E, se voi riuscite a capire questo, quello che vi succederà è che non raggiungerete i vostri sogni, i vostri sogni non diventeranno reali, lo diventerà qualcosa di ancora più grande. 

Se voi riuscirete a comprendere questo, allora sarò stato un buon padre”.

 

Secondo distillato, purissimo, di #MambaMentality.

A presto, Kobe. Ti aspettiamo a Springfield, alla cerimonia di ingresso nella Hall of Fame.

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