Dove si fanno le idee: la sfida dei “fab lab” e la nuova manifattura

Sono le officine del futuro, la manifattura che reinventa l’eredità del laboratorio vecchio stile con gli strumenti di ieri e di domani. Si chiamano “fab lab”, e in Italia ne nascono di nuovi ogni giorno. Qualcosa però sta cambiando e la realtà di queste fabbriche creative è in evoluzione. A cominciare dalla filosofia.

Ma prima di tutto: cos’è un fab lab?

Il fab lab è dove si fanno le idee”, mi spiega Massimo Temporelli, fondatore di The FabLab a Milano. Però non ci si può accontentare dello slogan, che pure rende l’idea (oltre a farla). Dall’inglese, “fabrication laboratory”: il fab lab, a metà strada tra un’officina e un laboratorio, è uno spazio dove è possibile utilizzare strumenti computerizzati con cui realizzare svariati tipi di oggetti, con un processo altamente personalizzato, come quello di ispirazione artigianale.

Sullo stesso scaffale convivono il cacciavite e la stampante 3D. Il laboratorio è pensato come luogo dove si offrono servizi di fabbricazione digitale: si realizzano, materialmente, oggetti e prodotti. Ma è anche uno spazio dove chiunque voglia può trovare le risorse per portare avanti un suo progetto, utilizzando gli strumenti e i macchinari messi a disposizione o chiedendo aiuto ai collaboratori che lavorano nel fab lab. Tipo open space, ma si condivide anche professionalità.

fab lab

Nel fab lab si incontra l’esperienza del designer e quella dell’artigiano. La stampante 3D sforna un pezzo di plastica verde che serve a sorreggere un porta-foto. Qualcuno l’ha pensato, disegnato e poi fatto. La potenzialità produttiva è multiforme, dal pezzo di ricambio (la stanghetta di un occhiale, il tacco di una scarpa) al prodotto destinato a entrare nel commercio (una lampada, un armadio). Si utilizzano plastica, legno, plexiglass. E idee.

Il fab lab, ieri

A The FabLab avevo fatto un giro tre anni fa, a pochi mesi dall’apertura. Era Milano Bovisa, quella che ci arrivi dal centro col treno, zona Politecnico degli ingegneri. Il fab lab allora era un sogno tra gli altri sogni: co-working, open space, stampa 3D. Quello di Massimo Temporelli e dei sue due soci (gli altri sono Francesco Colorni e Bernardo Gamucci) era il quarto fab lab in Italia, al tempo quattrocento metri quadri al terzo piano di Palazzo Campari, una decina di collaboratori fissi, un centinaio tra soci e frequentatori. A due passi dal Poli, il fab lab era il luogo creativo e ricreativo di tanti studenti.

Adesso la sede principale è in via Santa Marta, “Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri”. Qui, per gran parte, si sperimenta. Chi vuole usa le risorse del laboratorio per seguire progetti autonomi, da un robottino porta-oggetti che si muove comandato da una app, alla protesi per un ginocchio realizzata in plastica rosa.

soldering

Poi c’è chi il fab lab lo gestisce. Si eseguono allora lavori su commissione, si aiutano persone a creare le loro idee. Nel fab lab girano esperienze nell’ambito della progettazione che si possono spendere nel mondo professionale: quindi non solo macchine, ma anche professionisti che sanno supportare lo sviluppo e la realizzazione progettuale, dal prototipo alla produzione.

Il fab lab, da ieri ad oggi (a domani)

“Fare” adesso significa anche insegnare a fare, innovare, diventare grandi. Il sogno di The FabLab, per esempio, era quello di lavorare anche sulla formazione: il laboratorio come officina di sapere, dove organizzare incontri e workshop, tramandare una professionalità che pure una tradizione ed una eredità le stava solo iniziando a creare. La cultura dei makers diventa occasione di imprenditorialità.

The FabLab adesso conta due laboratori (uno in prossima apertura a Maggio), che continuano a mettere a disposizione le tecnologie della digital fabrication (stampanti 3d, robot, frese CNC, Laser Cutter, Arduino), ma che si propongono anche come luogo di formazione e come mondo che guarda all’impresa.

“Il futuro della manifattura è sostanzialmente questo – mi dice Temporelli – Se stiamo qui a piangere per la situazione del nostro Paese non ne veniamo più fuori. Noi piuttosto facciamo”, letteralmente. Ma due anni fa The FabLab era un investimento e una scommessa. Adesso è qualcosa che non solo fa, ma fattura.

courses

Quando sono partiti, i makers erano dreamers e i fab lab un mondo in contrapposizione a quello dell’industria tradizionale, spiega Temporelli: “C’era sicuramente un elemento di rottura nella filosofia del fab lab. L’entusiasmo del concetto di start up, e dello spazio condiviso: un modo diverso di guardare al lavoro artigiano e a quello d’impresa. Negli ultimi due anni però è cambiato tutto, e anche noi”.

The FabLab ad esempio si è reinventato come Consulting Lab: “Lavorando con grandi e piccole aziende italiane abbiamo iniziato a proporre soluzioni personalizzate per ogni tipo di azienda manifatturiera – spiega Temporelli – E questo finisce per tirare dentro anche le piccole medie imprese”.

Non significa che il sogno è finito, ma che si è reinventato per diventare più realtà di prima: “Cerchiamo di raccordarci al mondo dell’industria e a farlo entrare nel nostro. Non vogliamo fare una rivoluzione, vogliamo aiutarli a cambiare, perché il cambiamento comunque è necessario ed è questa la direzione che la manifattura sta prendendo e in cui continuiamo a credere”.

Di laboratori come quello che era Milano Bovisa ce ne sono ancora e non è detto che la piega presa da The FabLab valga per tutti. Il bello del mondo dei makers è che il futuro se lo stanno realizzando con le loro mani e le loro macchine, da zero o quasi. E la differenza, in questo caso, alla fine la fa il risultato più che la filosofia: si dice “sei quel che fai”, e loro fanno.

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