Ci piace quello che leggiamo?

News stand, edicola

Con la classica settimana di ritardo, mi arriva per posta il primo numero del 2021 del New Yorker. Quella con uno dei settimanali più famosi al mondo è in realtà una relazione complicata, che si muove tra periodi di più forte affezione e abbonamenti, ad altri di pausa. Però, ad ogni ripartenza, mi emoziona così tanto che a settemila chilometri di distanza, in un paese di provincia, questo racconto del mondo mi ci fa sentire improvvisamente parte.
In fondo, New Yorker o meno, di questo mondo in realtà ne faccio e ne facciamo parte già da diverso tempo e a pagina 70 ne ricevo un’ulteriore conferma. Nella sezione delle critiche, c’è un articolo di Anna Wiener intitolato You’ve got mail, The newsletter service Substack claims to be the future of media. Is it a future we want?

Newsletter e Substack: è il futuro che vogliamo?

Con il pretesto del servizio di newsletter Substack che si propone come il futuro dei media, l’autrice si chiede se sia davvero così. Una gran bella domanda che avrebbe dovuto dare inizio anche a questo articolo. Poi, però, ci ho ripensato e, nonostante indicizzare questo pezzo con futuro e media non sarebbe stato male, leggere queste pagine mi ha portato a preferire una domanda più concreta. O quantomeno, più vicina a noi che con i social, newsletter, podcast e tutto il resto, un bel po’ di tempo lo passiamo. Ci piace il presente mediatico che stiamo vivendo e scrivendo? Quale sarà il futuro di ciò che leggeremo e di ciò che scriveremo?

The New Yorker, Anna Wiener, You've got mail

Non so se capiti a molti, ma ultimamente mi chiedo spesso chi davvero legga tutto ciò che viene scritto nel web – o usufruisca di tutti i contenuti, insomma – e, domanda più interessante, se ne resterà traccia. Perché abbiamo alcuni dati di lettura e ascolto di giornali, televisione e radio, mentre aggregare il web è molto più complicato. Inoltre, si dovrebbero fissare certi criteri, decidendo per esempio se i post e i tweet rientrino nella lettura o se anche l’ascolto di un podcast valga come tale.

Dall’altra parte, anche chiedersi cosa ne accadrà di tutto quello che scriviamo online sembra banale perché – è risaputo, mi diranno – nel web rimane traccia di tutto e, insegnano, sia bene fare attenzione a ciò che si condivide per evitare di presentarsi ai colloqui di lavoro avendo prima regalato l’immagine di sé, sbronzi, in una serata Erasmus nell’est Europa.
Eppure, tutto ciò è lì solo sullo schermo e, un giorno, potrebbe scomparire. Un ex-Presidente dall’altra parte dell’Oceano ne sa qualcosa.

Infodemia vs. contenuti di valore

In questo contesto di longevità o meno dei contenuti e di un’enorme quantità di informazioni che questi producono, è normale chiedersi se ci si possa fidare.
Quest’ultima è una sensazione, credo molto condivisa e piuttosto duratura, che di recente ho affrontato in un’intervista con Annamaria Testa, per il TEDxTreviso. A dire il vero, è la stessa Testa a parlare di questa informazione pervasiva nel suo ultimo libro Il coltellino svizzero: si chiama infodemia. La percezione è che questa informazione eccessiva, oltre che nei media tradizionali, arrivi prepotentemente nei social network e, tra le altre cose, possa essere traghettata anche nelle newsletter di cui sopra, rendendo perciò sempre più difficile orientarsi.
Tra l’altro, notizia recente, Twitter avrebbe comprato Revue, una piattaforma che offre un servizio per creare e pubblicare newsletter o, in altre parole, la stessa proposta di Substack: conquistare scrittori, giornalisti e opinionisti – di cui rischiamo di farne parte con questo articolo – per dar loro la possibilità di capitalizzare i loro follower. Insomma, convertire il seguito in un pagamento per gli autori e in una percentuale per la piattaforma.

E, pur riconoscendo che agli scrittori non dispiacerebbe certo vedersi retribuire il proprio lavoro indipendente, viene da chiedersi: ci potremmo fidare di tutte queste nuove voci che emergeranno? Saranno autorevoli? Saremo noi stessi autorevoli?
Per carità, è bene riconoscere questa democratizzazione dei contenuti come uno sviluppo positivo che fornisce sempre più canali alle persone, e con questi opportunità, ma non sono convinto questa visione possa bastare.

Social Networks and news

A preoccupare è il meccanismo che si potrebbe attivare, magari anche unito alla FOMO, fear of missing out, ovvero alla paura di essere tagliati fuori. Nulla di nuovo, ma temo che lo stress da inseguimento del contenuto e della sua creazione, la presenza online continua e costante, possano portare ad un impoverimento generale. Delle informazioni e, soprattutto, delle persone.
La mia preoccupazione è che questa paura di restare fuori dal giro della comunicazione riesca a trascinarci in questo traffico di storie, che poi non sempre sono veri contenuti. O vuoi perché scopiazzati, o perché poco concreti e forzati dai trend del momento.
Sbaglio o c’è una pericolosa velocità in questo presente mediatico?

E quindi, tornando alla domanda se mi piaccia il presente mediatico, rispondo che voglio, per necessità e per scelta, credere abbia un potenziale maggiore e migliore di quello che è stato qui raccontato. Vorrei dire che la democratizzazione delle voci, dell’autorevolezza e del contenuto sia potente, ma che dovremmo, proprio per questo, chiederci sempre se quello che stiamo condividendo abbia o meno un valore. Sia esso un tweet, una newsletter o un articolo di un magazine.

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