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Fast music vs. slow music: il futuro della fruizione musicale

da 7 Luglio 2016Agosto 19th, 2016Nessun commento
Music Digitale
Come è cambiato il nostro modo di fare esperienza della musica dopo la rivoluzione del digitale e dello streaming? Come siamo passati dall’ascolto lento e intimo (slow music) al fast food musicale? Colpa delle playlist? Uno zoom sulla situazione attuale e qualche idea su quello che potrebbe succedere in futuro, senza dimenticare l’eroe, a volte sconfitto a volte imbattuto, dove la musica viene a tutti gli effetti “salvata”: l’album.

The times they are a-changin’”. I tempi stanno cambiando, cantava Bob Dylan dietro la sua armonica nel 1964. Frase attualissima anche oggi, con le vecchie generazioni che devono adattarsi ai nuovi incredibili aspetti del digitale e ricucire le vecchie abitudini su abiti certe volte scomodi, e le nuove generazioni di consumatori, ascoltatori e musicisti che avranno di fronte a loro un futuro musicale più accessibile ma culturalmente più incerto.

Come cambia il nostro modo di ascoltare la musica? Lunga vita alle playlist

Oggi la musica, così come il cibo, si consuma sempre più in modalità “fast” e non è un caso se il menù dal quale possiamo scegliere il servizio streaming che più ci aggrada presenta un’offerta di tipo “all you can eat”.

Come cambia l'ascolto della musica - lunga vita alla playlist

Il passaggio da modelli basati sul possesso fisico della musica a quelli basati sull’accesso (di cui abbiamo già discusso in “Dal Compact Disc allo streaming: l’evoluzione dell’industria musicale nell’era digitale) rappresenta una vera e propria rivoluzione, la quale può essere ben descritta attraverso l’esplorazione dell’universo delle piattaforme streaming: Spotify, Apple Music e Deezer, come vediamo, sono solo le più grandi stelle di una più estesa galassia di servizi che gravita attorno al concetto della musica on-demand, con il suo catalogo infinito.

Nato come streaming di musica quasi gratis, Spotify (leggi il nostro precedente articolo “Spotify for Brands” è diventato presto social. Non è assolutamente un social network, ma possiede alcune caratteristiche tipiche di una rete sociale. Nonostante non consenta di passare il tempo a guardare le news degli altri o provenienti dal mondo come in una normale rete sociale, con Spotify e le altre piattaforme streaming non si è limitati solo all’ascolto di musica: si esplorano nuovi mondi musicali, si trova la giusta colonna sonora per ogni momento della giornata, si scopre cosa ascoltano gli amici in quell’istante – aspetti semplici ma fondamentali per la ricerca e l’affinità dei gusti. Ma soprattutto si creano playlist.

Immaginando di analizzare un ipotetico database comprensivo di tutte le piattaforme che permettono questo tipo di compilation online, si evince che la drastica diminuzione degli acquisti relativi agli album e l’aumento pressoché illimitato di playlist create nel Web ha portato a un fortissimo cambiamento delle abitudini di ascolto e delle preferenze nei consumatori-fruitori: la playlist sembra essere il nuovo formato di ascolto che sta mandando in pensione album e singoli. La playlist, dunque, è il nuovo album.

Questo non vale per tutti, certo. Ma essa si propone come uno strumento adattabile al nostro quotidiano (raccoglie i nostri brani preferiti, si suddivide in base al nostro stato d’animo attuale) e che può seguire passo passo l’evoluzione delle nostre sensazioni, rendendosi apparentemente indispensabile in qualsiasi momento.

L’idea di realizzare questi servizi sempre più istantanei risponde probabilmente al bisogno più esteso di un’esperienza di condivisione legata ad un preciso spazio-tempo: quello che potremmo chiamare dell’“ora e qui”. La tendenza è quella di incrementare e rendere più interattivo il coinvolgimento dell’utente, renderlo più vivo, puntando al suo voler sentirsi sempre più interconnesso e immerso nella vita di chi lo circonda.

Un esempio di app simile? La piattaforma di musica streaming Geeking Radio, per quanto ancora alle prime armi, presenta una caratteristica che la differenzia dalle altre: essa permette infatti di realizzare una playlist le cui canzoni sono ascoltabili dagli utenti che la seguono solo se il creatore di quella playlist o un utente che stiamo seguendo le sta ascoltando a sua volta in quel preciso istante. Come spiega alla perfezione il video promozionale, se il mio giocatore di basket preferito si sta allenando in questo momento ascoltando una determinata canzone, io posso vederlo, connettermi e iniziare l’ascolto in tempo reale dal punto preciso in cui lui è arrivato ad ascoltare quel brano.

Che sia proprio questo processo di instant music una delle prossime tendenze verso cui le più grosse compagnie di social streaming orienteranno il loro core business?

The album is dead?

Può darsi. Certo che è che la musica non è fatta solo di piattaforme e di modelli economici che cambiano. Non possiamo dimenticare che alla base dell’esperienza musicale vi sono artisti e produttori che realizzano un prodotto, seppur in balia dei cambiamenti del mercato. Se da una parte ciò che stiamo vivendo nel panorama del mercato musicale può essere definito rivoluzionario, dall’altra invece il digitale stesso frammenta il concetto artistico di disco.

L'album è morto

Non è un caso se addirittura i Muse, a inizio anno, hanno dichiarato che non realizzeranno più album completi, ma solamente dei singoli fruibili in streaming, e questo nonostante la ricercatezza artistica del loro ultimo lavoro, il “concept album” Drones, che richiede un ascolto immersivo dall’inizio alla fine, senza alcuna interruzione. Così come si dovrebbe fare con un libro che ci appassiona. Così come si ascoltavano i Pink Floyd. Lentamente.

Questi anni in cui il concetto dell’album è andato via via affievolendo d’importanza a causa dello streaming, ha creato comunque una sorta di velo di nostalgia, un desiderio di ritorno al passato visibilmente percepibile. Basta pensare al ritorno del vinile e alla crescita delle relative vendite nell’ultimo anno.

In ogni caso la produzione in serie di singoli brani confezionati ad hoc porta le canzoni stesse a perdere di identità e di senso, costringendo l’artista a sembrare più simile ad una catena di montaggio guidata da un marketing 1.0, piuttosto di risultare un brand moderno che desidera agire secondo un’ottica 3.0. Forse, continuando su questa scia di frammentazione, fra qualche anno realizzare un disco potrebbe, per assurdo, essere addirittura inteso come qualcosa di non convenzionale volto a differenziarsi in un mercato liquido in continua trasformazione.

Per approfondire non perdetevi il libro “Music Marketing 3.0“, i cui contenuti verranno presentati su This MARKETERs Life nei prossimi mesi!

Marco Gardellin

Laureato in Web Marketing e appassionato di advertising, suono quel che sono in una rock band indipendente e scrivo per passione e necessità. Serie tv addicted, pensatore rumoroso, sogno di inventare per (soprav)vivere

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