Break the silence: la giornata internazionale contro la violenza sulle donne attraverso il web

PamelaCastro

Il 25 novembre, dal 1960, si celebra ogni anno la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Se ne è parlato ovunque, i social sono stati invasi da centinaia di nomi di vittime, discorsi meritevoli di celebri influencer e segni rossi sul volto di persone famose e non.

Non siamo qui per discutere di quanto parlarne ancora, nel 2020, sia umiliante. Non serve rendere pubblici i dati di femminicidi dell’ultimo anno, non vi è l’intenzione di elencare tutti i vari motivi per cui ancora si parla di disparità di genere. Anzi, in realtá si sono creati addirittura nuovi termini, come victim blaming, slut-shaming, cat calling ed altri ancora, per dare un nome ai “nuovi” fenomeni di violenza a cui assistiamo ancora oggi.

Break the silence

Quando parliamo di violenza, la maggior parte delle volte facciamo riferimento a quella fisica. Ogni giorno ci imbattiamo in tragedie che vedono come protagoniste donne uccise da partner o da sconosciuti, abusate sessualmente o vittime di percosse. Proprio questo, con il passare del tempo, ci ha portato a polarizzare la violenza in due fronti: quella fisica,più letale, che ti segna per tutta la vita e dalla quale non si esce mai; e quella verbale, che non lascia lividi o ematomi sulla pelle e dunque per alcuni categorizzarla come violenza risulta “esagerato”.

Questa polarizzazione di pensiero ha condotto ad una sorta di “normalizzazione” della violenza verbale, come se la gravità coincidesse con l’evidenza dei segni lasciati.Potrebbe esserti capitato di ricevere fischi o commenti per strada, essere palpeggiata sul pullman o in metro, sentirsi guardati in maniera troppo insistente, ricevere battute a sfondo sessuale sul lavoro o dagli “amici”. Questa non è una violenza di minore importanza, non è frutto della goliardia maschile, e soprattutto queste azioni non vanno giustificate in nessun modo. Non è un vestito corto, un atteggiamento spavaldo, un cocktail in più che danno il permesso di compiere determinate azioni.

Per essere vittime di violenza non è necessario riportare lividi, segni, o avere la pelle sfregiata dall’acido.

Stop

Iniziative di sensibilizzazione tra le università

Nonostante ci troviamo nel 2020, poco tempo fa abbiamo assistito ad un episodio che ha messo in luce come questa serie di dinamiche non siano affatto scontate, anzi.

Il 26 novembre, le pagine Spotted_Polito e Unito_Spotted, pagine relative all’Università di Torino e al Politecnico, che normalmente si occupano di vita universitaria, hanno pubblicato tra le storie la domanda “hai mai subito esperienze (di violenza)? Raccontale”, iniziativa di sensibilizzazione avviata in prima battuta dalla pagina del Politecnico di Milano. Durante la giornata e nei giorni successivi, sono state raccolte dalle pagine centinaia di testimonianze di ragazze che hanno subito violenze di ogni tipo, ma che non hanno mai avuto il coraggio di denunciare.
Molte delle dichiarazioni sostenevano che quella fosse la prima volta che parlavano con qualcuno dell’accaduto. Leggendole una ad una, sforzandosi di mettere in secondo piano, anche solo per un momento, la sensazione di ribrezzo e rabbia, si evidenzia che i luoghi in cui avvengono sempre più spesso questi episodi sono quelli pubblici, i più affollati: treni, metro, autobus, piazze, discoteche, locali etc. A molte ragazze è successo di essere viste da qualcuno, ma di non aver ricevuto aiuto. 

Un cambiamento culturale è necessario affinché le persone possano sentirsi libere di uscire a qualsiasi ora del giorno e della notte, libere di indossare qualsiasi indumento, libere di poter salire sulla metro senza doversi preoccupare delle troppe persone.

A rispondere alla domanda proposta dalle pagine universitarie sono stati anche alcuni ragazzi, le cui voci hanno donato un minimo di speranza e che leggendo quelle parole hanno compreso lo stress psicologico  e i traumi che le ragazze hanno vissuto. Anche se un commento fatto per strada, un fischio o un palpeggiamento sul treno non procurano danni fisici evidenti, a lungo andare possono recare alla vittima ansie e paure che condizioneranno la sua visione del mondo esterno.
Dare più importanza a questi gesti, attribuendovi la tossicità di cui sono composti, è forse l’unico modo per poter diffondere un cambiamento comportamentale, migliorando dunque la situazione.

 

Internet: un megafono per il mondo

Megafono

Di questo argomento, sui social network ne hanno parlato in molti: nomi celebri, come Chiara Ferragni ad esempio, che ha affrontato il tema della violenza con il suo ampio seguito su Instagram. In particolare nel video “essere donna nel 2020”, che ha avuto oltre 7.5 milioni di visualizzazioni, ha parlato armata di dati alla mano di quanto questo fenomeno sia ancora così attuale.
Anche questa volta Chiara si schiera a sostegno di una causa che ha cuore, assistendo così all’intervento di un’imprenditrice di fama mondiale che sfrutta la propria posizione per rendere noto al maggior numero di persone possibile quanto ancora la figura femminile viva una realtà purtroppo retriva.

Sulle varie piattaforme social inoltre è possibile trovare pagine volte a pubblicare anche in anonimato le infinite testimonianze di donne che hanno subito una o più forme di violenza: la condivisione, il confronto, l’aiuto reciproco e la lettura di queste storie possono iniziare a fare la differenza. 

La sensibilizzazione sul web in merito a questo tema delicato ha dimostrato ancora una volta la potenza di una comunità virtuale: possiamo servirci di un’ulteriore mezzo per trattare un fenomeno così retrogrado in maniera del tutto anticonvenzionale, abbattendo distanze e culture, nella speranza che possa raggiungere più persone in tempi decisamente brevi. È dunque un grande traguardo assistere finalmente ad un utilizzo corretto ed educativo dei social e di internet in generale.

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