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I social e la “positivity bubble”

Disclaimer: articolo #polemico. È un post diverso, che vuole provocare, sollevare questioni e discussioni, che non pretende di insegnare nulla a nessuno, ma che anzi vuole partire da un’idea per sentirne di altre, di differenti. Questa la domanda: quanto di vero c’è di noi nei social network?

Nei social è tutto bello.

Apro Facebook e Instagram e vedo foto di feste, serate, vacanze, persone che lavorano con il sorriso sulle labbra, anche se fanno il lavoro più faticoso del mondo, perennemente sotto il solleone e senza nemmeno una bottiglia d’acqua da bere.

Apro Twitter e ogni utente che seguo dimostra un’arguzia che mi stupisce: si riesce con successo a vedere sempre il lato chiaro delle cose, non c’è problema che non possa essere affrontato a testa bassa, con la giusta autoironia e uno spirito ottimista.

Apro Snapchat, e incontro utenti a cui fa piacere condividere attimi fugaci della propria giornata: in macchina con gli amici, al mare, in montagna o semplicemente a casa, momenti che dopo 24 ore si autodistruggeranno, e peccato per chi non ne ha goduto.

#vitavera (?)

#vitavera

Quello che fa riflettere, cercando di guardare a questi contenuti con spirito critico, è che non rispecchiano affatto la vita reale delle persone. Certo, magari le giornate di qualcuno sono realmente fatte di pochi pensieri, mare, jogging e feste (“la tua vita vorrei”, direbbe qualcuno); tuttavia mi sento di poter affermare, peraltro assolutamente includendo me stesso e i miei profili social nella fattispecie, che nella maggioranza dei casi la giornata non va affatto così. Ci sono le bollette da pagare, i problemi con la morosa, l’amico che ti tira pacco quando sei già arrivato all’appuntamento, il cliente che non paga, il professore in ritardo con la correzione dell’esame, un lunedì veramente troppo Lunedì.

Fino a qui, credo di aver scoperto l’acqua calda: le persone hanno dei problemi. Di più: le persone hanno dei problemi che (generalmente) tengono fuori dai propri profili social. E viene fatto per motivi diversi: per riservatezza, per discrezione, perché alle altre persone che hanno già i propri problemi non interessano anche i problemi degli altri (e quindi non fanno like, potrebbe suggerire qualche malalingua). A scanso di equivoci, trovo che sia molto giusto così: TG e notizie online trasudano già sufficiente negatività per aggiungerne dell’altra “user-generated”.

“Non sono razzista eh, però…”

Tale situazione tuttavia merita un asterisco, il classico “però” a fine frase, quando si va a smentire una lunga premessa servita solo a ingraziarsi l’interlocutore. È giusto così, ma solo nella misura in cui un social resta solamente un sito o un’app, senza dunque la capacità di influenzare la nostra vita e la nostra giornata, di scandire il nostro tempo e di influire sul nostro umore.

La “social media addiction” è una malattia vera e propria, e non ci si scherza: più che alla singola app, quello che provoca dipendenza è la rete stessa, il network, in una spirale che porta alla cosiddetta FoMO (Fear Of Missing Out). Cos’è la FoMO? In breve: sono tutti su Facebook, se non ci fossi sarei escluso dalle conversazioni e inizierei a non capire più le battute che fanno i miei amici.

Iperbolicamente, e volendo eccedere con la casistica e sfociare anche un filo nel populismo, il risultato in caso di addiction è che la linea di demarcazione tra realtà vera e realtà virtuale, in un primo step, sfuma. Il nostro profilo social diventa parte integrante della nostra vita, diviene uno strumento decisivo di personal branding, e ciò che viene pubblicato viene accuratamente scelto, come nel piano editoriale di un’azienda.

A questo punto, si torna al principio: nei social è tutto bello.

Ma se il social fa parte di me e della mia vita e in un certo senso in alcune situazioni vorrebbe addirittura sostituirsi alla vita reale, allora gli altri meriterebbero di conoscere anche, se non addirittura i difetti, quantomeno un numero maggiore delle sfaccettature che compongono il mio carattere. Anche in una conversazione “dal vivo” si possono nascondere i lati oscuri della propria persona, ma è estremamente più difficile rispetto ad un luogo dove posso scientificamente scegliere cosa mostrare alle altre persone e cosa no. È bello mostrare quanto di bello accade nella nostra vita, ma nel caso in cui la mia vita online risulti al 100% bella, piena e vissuta al massimo, l’“io” reale e l’“io” virtuale smettono giocoforza di coincidere.

Oscar Wilde 2.0

Il rischio, per tutti, è quello di diventare tanti piccoli Dorian Gray al contrario. Nel romanzo di Wilde, il giovane Dorian Gray non invecchiava mai realmente, restando sempre bello e ammaliante, mentre l’immagine nel ritratto soffriva dei segni dell’età e riportava sul fisico le ferite dell’animo.

In questo caso, il pericolo è inverso. Se in un primo step il confine tra reale e virtuale era sfumato, in una fase più avanzata tale confine torna a esistere e inizia a fungere da spartiacque stagno tra gli aspetti positivi e negativi della nostra vita: i primi condivisi online e solo online, ambiente da cui non riusciamo a staccarci, i secondi che permeano quasi totalmente la vita che viviamo davvero.

Dorian Gray 1.0

Di esempi, il web è pieno. Da un lato, una recente tendenza sembra essere lo spopolare di personaggi (italiani e non) che vivono della popolarità generata dalla sregolatezza e dalla vita “leggera” che vivono, e che mettono in mostra nei social network. Persone la cui età presupporrebbe, nell’immaginario collettivo (non per forza corretto), una vita più tranquilla, che invece godono nel mostrare alle persone quanto è bello divertirsi, invece di essere in ufficio a lavorare.

Dall’altro, non è possibile ignorare il numero sconfinato di pagine e profili a tema nostalgia. Questo filone, oltre che in una generale cornice di malumore dettato da un presente spinoso e da un futuro del tutto incerto, che porta il passato a essere mitizzato, può anche essere considerato sotto una diversa chiave di lettura: il passato, seppure più grezzo del presente, era più “vero”. I rapporti interpersonali erano diversi, e nonostante le persone fossero decisamente più lontane l’una dall’altra (gli sms si pagavano singolarmente e quindi se ne faceva parsimonia), questo rendeva probabilmente meno banali i contatti umani.

La noia esiste, ma non ha un volto

Esistono tuttavia luoghi virtuali in cui il negativo non solo esiste, ma spesso spadroneggia. E mai come stavolta, essi sono l’eccezione che confermerebbe la regola: il riferimento è ai molti servizi che offrono possibilità di interazione con le altre persone senza necessità di log-in, in altre parole, in totale anonimato. Insegreto, il fenomeno Spotted, Ask.fm e ora Jodel (nato per i campus universitari e degenerato in una bacheca geolocalizzata di millennials che si insultano) dimostrano che la negatività ovviamente esiste, ma viene incanalata solo in luoghi in cui non ha nome, e dunque non ha conseguenze sulla propria persona, come se avere dei problemi potesse in qualche modo essere un difetto.

C’è un termine che, in un certo modo, ricorda e riassume questa situazione: filter bubble. La filter bubble è il risultato dei vari algoritmi che governano i social su cui navighiamo abitualmente, e per farla molto breve, è il processo secondo cui nel feed vengono visualizzati solo contenuti affini a quello che pensiamo, senza mai incontrare contraddittori né entrare in contatto con opinioni diverse

In questo caso, le persone diventano esse stesse filter bubble, scremando e riservando i contenuti accattivanti alla vetrina online, e lasciando la totalità della negatività alla versione offline della propria vita.

Open ending

Concludere questo articolo risulta difficile, e forse non è nemmeno mia intenzione farlo: l’idea originale era quella di lasciare spazio alla discussione, e un finale aperto sembrerebbe essere coerente con l’obiettivo che mi ero posto.

Tirando le somme tuttavia posso condividere tre considerazioni personali.

  • La prima riguarda gli strumenti social, e il fatto che stanno diventando sempre più “reali”, riempiendo ogni vuoto che si viene a creare nella nostra vita; ma che livello di realtà siamo disposti ad accettare? Faremo mai l’abitudine a un feed in cui si vedono le persone per quello che sono per davvero?
  • La seconda riguarda il senso della misura. Alle partite, ai concerti e agli eventi, alzando la testa si vedono sempre più schermi che riprendono e sempre meno teste rivolte verso il palco o il campo, persone spinte a condividere allo stremo ogni singolo momento figo della propria vita. Probabilmente, lo “slancio” di realtà dei social non si otterrebbe solo introducendo post dal sentiment negativo, ma anche limitando quelli positivi, e facendo in modo che riservatezza e discrezione coinvolgessero anche i tasti bianchi e non solo i tasti neri della nostra vita.
  • La terza, di fatto, smentisce le prime due: ha realmente senso introdurre elementi di realismo all’interno di un mondo che di fatto è retto da milioni di persone che dal suddetto realismo vogliono evadere?

P.S.: sento che questo discorso fatto prima di andare in vacanza mi si ritorcerà contro a ogni foto che pubblicherò. Ma d’altronde sono #polemico (ed è scritto anche nella bio), e me ne assumo le conseguenze.

Andrea Sartorello

26 anni, laureato in Marketing e comunicazione. Appassionato di sport, tecnologia e anni '90. Polemico quanto basta.

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