Il potere dei social nella protesta a Capitol Hill

Trump Suspended

Un assalto postato e pianificato tra echo chambers e social networks, veri protagonisti per contestare la politica e il giornalismo. La censura degli account sarà una soluzione efficace per limitare le violenze o si rivelerà uno strumento che solo contraddice la democrazia? 

Nella giornata del 6 gennaio, migliaia di sostenitori di Trump hanno dato vita ad una protesta a Washington. I rivoltosi, gridando e sventolando cartelli e bandiere americane, hanno marciato per i corridoi di Capitol Hill. Un attacco al simbolo della democrazia e contro la recente vincita alle elezioni di Joe Biden. 

La protesta è durata poche ore a Capitol Hill, ma ha avuto conseguenze più durature sui social. Avevamo già parlato qui di come i social networks hanno rivoluzionato il modo di far politica e di commentarla. L’enorme svantaggio è che, da qualche anno a questa parte, sono i principali responsabili della diffusione di contenuti di violenza e di disinformazione, che hanno portato ad episodi estremi come quello che ha aperto l’anno 2021. 

Il tweet come strumento per la comunicazione politica 

Durante i quattro anni di mandato, Trump ha principalmente utilizzato Twitter per commentare le sue decisioni politiche, prediligendo il social alla Tv o ad altri metodi di comunicazione un tempo più tradizionali. Il suo account, che conta più di 88 milioni di followers, è stato più volte messo in discussione per delle affermazioni, apparentemente non veritiere, riguardo la situazione politica degli Stati Uniti.  

Il suo profilo era già stato motivo di polemiche nel 2016, quando Trump aveva diffuso delle fake news riguardanti la procedura di voto. In quel caso, Twitter aveva segnalato il tweet con un rimando ad una pagina informativa di debunking. 

Anche a novembre 2020, i tweet del presidente erano stati oscurati per delle frasi riguardanti delle fake news sul suo conto. Ecco che nel 2021 questo scenario si ripresenta proprio nel periodo delle elezioni presidenziali

Fin dal conteggio dei voti, Trump aveva denunciato un possibile broglio elettorale, chiedendo alle autorità prima il blocco della conta delle schede e poi ulteriori controlli, minacciando azioni legali direttamente dal suo account Twitter. Questa volta però il social non si è limitato a segnalare i tweet con apposito pop-up di contenuto di disinformazione. A causa delle sue continue lamentele, infatti, l’ipotesi di una “vittoria rubata” si è subito fatta spazio sui social, dando vita ad una più estrema risposta dei suoi sostenitori. 

Un assalto organizzato e postato sui social 

La protesta a Capitol Hill sarebbe stata interamente pianificata online. I sostenitori avrebbero impiegato meno di un mese per organizzare ogni fase della rivolta, grazie alla velocità nel condividere notizie e scambiarsi informazioni. E’ sorprendente vedere come i più popolari social networks, come Facebook e Twitter, siano stati gli strumenti principali per organizzare vere e proprie operazioni criminali. Quella che sarebbe dovuta essere inizialmente una protesta civile, si è trasformata velocemente in un attacco alla democrazia americana, ad oggi identificata con alcune foto-simbolo dell’assalto, postate online direttamente dai loro protagonisti. 

Un esempio é Adam Johnson, l’uomo immortalato mentre trasporta il leggio della speaker Nancy Pelosi. Durante la protesta, ha postato la foto sui suoi profili social, facendo in pochi minuti il giro del mondo e facilitando successivamente la sua identificazione. Una volta uscito dal Campidoglio, infatti, è stato subito arrestato per accesso illegale all’edificio. 

Il secondo protagonista di una delle foto simbolo dell’assalto è sicuramente Richard Bennet, sessantenne dell’Arkansas, che si è fatto fotografare con le scarpe sulla scrivania della Pelosi. Una volta uscito, avrebbe raccontato ad un giornalista il furto di una serie di documenti trovati all’interno dell’ufficio. Per questo verrà facilmente identificato, denunciato per furto di materiale di Stato ed infine verrà trovato morto suicida nel seminterrato di casa. 

Rivoltosi

Sebbene abbiano riscosso lo stupore del Web, questi individui sono solo una delle tante carte di un gioco più complesso ed estremo. La maggior parte dei rivoltosi, infatti, proveniva da movimenti più radicali come sette, camere dell’eco e gruppi estremisti pro-Trump, che utilizzavano i social networks per radicalizzare e reclutare nuovi utenti. Questi movimenti sarebbero stati particolarmente attivi sui social nel periodo del lockdown, sfruttando l’isolamento delle persone e il maggior tempo passato a navigare su Internet.  

La doppia faccia del Web 

L’era digitale e l’arrivo dei social networks hanno sicuramente facilitato la creazione di nuovi legami, permettendo agli utenti di ampliare la loro cerchia di contatti. Questo è possibile grazie agli algoritmi, che studiano a fondo la personalità dell’utente, raccolgono dati sulle sue preferenze tramite i like, i commenti e le condivisioni, in modo poi da proporgli contenuti targettizzati che possano soddisfare i suoi interessi. L’algoritmo, infatti, continua a suggerire migliaia di siti e contenuti simili, con l’effetto che la porzione di realtà disponibile si restringe sempre di più, tenendo l’utente incollato allo schermo.

Questo meccanismo soddisfa pienamente la teoria psicologica denominata “confirmation bias”, ovvero l’errore di concezione che si creerebbe nell’individuo che desidera ricevere informazioni a conferma delle sue credenze, eliminando automaticamente tutto ciò che le confuterebbe.

Echo chambers

Da qui nascono le più estreme Camere dell’Eco (dall’inglese Echo Chambers), un sistema online in cui determinate ipotesi vengono rafforzate dalla loro costante ripetizione da parte degli utenti. Il fenomeno viene amplificato a tal punto da proporre una visione univoca, critica e spesso anti governativa e antiscientifica, su un determinato ambito. 

Nel caso di Capitol Hill, le Echo Chambers con le loro teorie complottiste sarebbero state il fattore scatenante della protesta. 

I social networks come arma per la violenza 

  • Su Facebook era molto attivo il gruppo dei Proud Boys. Il loro leader cubano, Enrique Tarrio, aveva descritto il suo gruppo come “un gruppo politico formato da ragazzi che bevono qualche birra assieme e si divertono”. E’ stato quindi sorprendente vedere Tarrio indossare una cintura di munizioni e venire poi arrestato per distruzione di proprietà e possesso illegale di armi da fuoco.   
  • Su Twitter avveniva la comunicazione del movimento Boogaloo, una milizia strutturata in maniera paramilitare, che punta ad una seconda guerra civile americana. La loro comunicazione era basata su dei particolari hashtag che incitavano alla violenza, mentre nelle chat private venivano organizzate delle rivolte armate e condivise istruzioni sulla fabbricazione di esplosivi.
  • Su Amazon, invece, si vendevano ai sostenitori gadget, come camicie e cappelli, per farsi riconoscere in strada.
  • Nel social network Reddit, molto popolare negli Stati Uniti, dominava un forum intitolato “The Donald”, che riuniva i sostenitori più accaniti di Trump. A gennaio 2020, quando il forum contava 790 mila iscritti, oltre il 50% dei commenti incitavano a trasformare la protesta in una serie di scontri violenti contro la polizia ed i giornalisti.

  • Tra le più estreme echo chambers contiamo Red State Secession, che aveva lanciato un evento con 8 mila membri per pianificare il viaggio a Washington e l’occupazione del Campidoglio. Ogni partecipante era tenuto ad elencare le armi che avrebbe trasportato e a postare le foto come commenti ai post. In particolare, il social network Palmer era stato strumento di una vera esortazione a portare tutte le armi possedute.
  • Un vero e proprio network complottista era quello di Qanon, un gruppo creato nel 2017 e che in breve tempo ha raggiunto milioni di sostenitori su Facebook, 7000 su Twitter e oltre 20.000 menzioni dell’assalto del 6 gennaio. Il gruppo nega l’esistenza del COVID ma supporta quella del “Deep State”, un governo formato da pedofili (di cui farebbe parte la famiglia Clinton, Biden e altre stelle di Hollywood) che agirebbe contro Trump, unico vero salvatore degli Stati Uniti. Uno dei principali attivisti é Jake Angeli, conosciuto come “lo Sciamano” che si è fin da subito distinto per il travestimento da bisonte, poi arrestato per ingresso illegale e violenza. 

Attivisti Q

Sopprimere la politica e i media 

La protesta non era solo contro l’elezione di Biden e la cosiddetta “stolen victory”, ma anche contro i media. I media sarebbero “il nemico del popolo”, così come sostenuto da Trump in diverse occasioni. Per questo, durante la protesta, alcuni giornalisti sono stati minacciati e picchiati, le telecamere distrutte, sono sorti cori contro la CNN, principale emittente televisiva statunitense, e sui muri è comparsa la scritta “murder the media”. Secondo i rivoltosi, il nemico non è solo l’opposizione politica, ma anche la propagazione di notizie “truccate”, esattamente come le recenti elezioni presidenziali.

La censura degli account per lo stop alla violenza

Sebbene sia apparso in un video su Twitter in cui chiedeva ai rivoltosi di abbandonare il Campidoglio, Trump è stato incolpato di aver incitato l’assalto e supportato la violenza tramite le denunce online nei mesi precedenti. Sul suo profilo Twitter, infatti, l’ex presidente aveva promosso la protesta, scrivendo “be there, be wild”. A supportare l’ipotesi ci sarebbe anche Jake Angeli. L’uomo, dopo l’arresto, ha chiesto la grazia per le sue azioni, messe in atto solamente in risposta all’invito del presidente nel protestare contro le elezioni. 

Tweet Trump

Molti sostengono, inoltre, che Trump conoscesse già da molti mesi l’esistenza del gruppo radicale Qanon, ma non avesse mai ordinato un’investigazione approfondita sul suo conto. “Un gruppo che ama il nostro paese, contro la pedofilia e che mi sostiene, quindi non potrei fare altro che apprezzarlo”, aveva risposto in un’intervista. Sempre su Twitter, il presidente non aveva esitato a congratularsi proprio con Marjorie Taylor Greene, attivista di Qanon eletta membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato della Georgia.

Il video di Trump, quindi, non sembra essere sufficiente. Guy Rosen, VP integrity di Facebook, ha annunciato la sua rimozione, decisione seguita da YouTube e Twitter, che fino a quel momento si era limitato a indicare come contenuti di disinformazione i suoi tweet. 

Il giorno seguente, Mark Zuckerberg ha sospeso per 24 ore l’account Facebook e Instagram di Trump, come annunciato da Adam Mosseri, mentre Twitter lo ha sospeso solo per 12 ore. La decisione, poi, sarebbe stata estesa per una durata indefinita. 

La scelta della censura avrebbe trovato d’accordo i principali social networks mondiali. La modalità d’azione è stata la stessa: eliminare i profili dell’ex presidente e i contenuti che incitavano alla violenza diffusi dagli attivisti. Ed ecco che le pagine, i forum, i commenti ed i gruppi pro-Trump scompaiono da Telegram, Twitch, TikTok, Reddit, Pinterest e molti altri. 

Apple, Google e Amazon avrebbero addirittura annunciato la rimozione dell’app Parler dalle loro piattaforme, per eliminare uno dei tanti strumenti utilizzati dai gruppi estremisti. La decisione non ha potuto che amplificare le proteste, visto che Parler si era da sempre proposto come sostituto a Facebook e Twitter, perché social “libero”, ovvero privo di un controllo dei suoi contenuti. 

Ban social

Qual è la scelta più appropriata e democratica? 

In un paese democratico come quello degli Stati Uniti, é accettabile l’eliminazione dei profili social e la censura dei post, sebbene provocatori, del presidente? É davvero questo lo strumento più efficace per evitare ulteriori violenze e lo spargersi di contenuti d’odio online? 

La libertà di espressione, in tutte le forme, è un diritto protetto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvato dagli Stati Uniti nel lontano 1948. Tuttavia, il confine tra diritto di espressione e hate speech non é chiaramente definito nemmeno nei trattati di legge internazionale. E’ infatti difficile capire quando finisce la libertà di un individuo di esprimere la propria opinione e quando inizia la fase di hate speech, un reato secondo gli ordinamenti giuridici del mondo occidentale. Spesso, infatti, la Corte Suprema statunitense ha definito quello che gli europei ritengono hate speech, un diritto di espressione protetto dal primo mandamento della costituzione.

La questione sembrerebbe dipendere dalla diversa interpretazione della stessa norma in diversi paesi del mondo. Per esempio, Angela Merkel sostiene che la rimozione dei profili di Trump sia un affronto alle libertà individuali. Secondo la Cancelliera, un manager aziendale come Zuckerberg non deve avere il potere di chiudere i social di un presidente in maniera definitiva. Zuckerberg, dal suo conto, crede che questo sia un controllo imparziale che viene effettuato da anni su tutti i contenuti condivisi dagli utenti. 

Le polemiche non hanno tardato. Secondo alcuni, censurare Trump non solo non rispetterebbe la democrazia, ma aumenterebbe ancor di più la rabbia dei suoi sostenitori, probabilmente già pronti ad una nuova violenta rivolta contro il governo. Altri ancora, credono che togliergli la possibilità di condividere i suoi pensieri placherebbe la violenza ed eviterebbe ulteriori assalti.

Ciò che certo è che l’episodio a Capitol Hill è solo l’inizio di un 2021 che si prospetta turbolento per il nuovo presidente Biden. 

Possiamo dire che l’assalto sia davvero concluso?  

Sebbene gli attivisti siano stati bannati dai social, la velocità delle condivisioni ha reso possibile lo spargersi delle teorie complottiste anche nel resto del mondo. Nell’ultimo mese sono state create centinaia di nuove pagine a loro supporto. In Italia, la pagina Facebook “Qglobal change” conta già 26 mila iscritti, grazie a nuovi leader che diffondono le credenze del movimento Qanon. In Germania, Tobias Rathjen ha ucciso 10 persone dopo esser stato manipolato via web riguardo ai complotti governativi statunitensi. E sebbene Enrique Tarrio, leader dei Proud Boys, sia stato arrestato, ci sono già migliaia di sostenitori pronti ad aiutarlo. Addirittura, è stata lanciata una raccolta fondi online per permettergli di affrontare le spese legali.  

E la diffidenza verso i media non si è sviluppata solo negli Stati Uniti. Lo slogan “Murder the media” è arrivato anche in Canada, dove alcuni giornalisti sono stati aggrediti mentre registravano un servizio sulle manifestazioni a Vancouver. Nello Utah, un fotografo americano é stato aggredito, prima verbalmente e poi con lo spray al peperoncino, mentre documentava una dimostrazione pacifica pro-Trump all’esterno della sede del governo. 

Infine, sembrerebbe che online girino voci sulla pianificazione di un nuovo assalto a Washington. Non ci resta, quindi, che attendere ulteriori risvolti di questa folle corsa alla Casa Bianca. 

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