Infinite Scrolling: quando il web design incontra la dipendenza

Web Addiction

Come e perché Aza Raskin è l’eroe che il web merita, “ma non quello di cui ha bisogno” ovvero: la deriva di un’idea geniale e le relative conseguenze. Vediamo come un semplice codice alla base dell’attuale web design system riesca ad influenzare e cadenzare il quotidiano di ciascun utente, rispondendo ai bisogni primari ed essenziali del cervello umano. Ecco cos’è e cosa comporta l’infinite scrolling, uno dei meccanismi principali applicato al web e ai social, duplicando la probabilità di sviluppare una delle cosiddette “nuove dipendenze”: la digital addiction.

Chi è Aza Raskin? Quanti sarebbero in grado di rispondere a questa domanda? Queste sarebbero le persone realmente consapevoli dell’identità dell’uomo che, grazie alla sua idea, ha influenzato e influenza gran parte del tempo quotidiano speso sui siti e sui social network a “scrollare”.

Aza Raskin infatti è l’ideatore dell’Infinite Scrolling, quel meccanismo grazie al quale l’aggiornamento di un sito o una pagina web si verifica semplicemente scorrendo la pagina, evitando il processo di paginazione.

L’esempio lampante è rappresentato dai social network, dove lo scorrimento genera continuamente il caricamento di nuovi contenuti. La navigazione tramite infinite scrolling è snella, rapida, intuitiva e responsive, cioè a perfetta misura d’utente.

Allora perché lo stesso Raskin, per sua stessa ammissione, preferirebbe non averla inventata?

I meccanismi psicologici coinvolti

A quanto pare non era ben conscio delle potenziali conseguenze derivanti dall’ideazione del suo codice, dagli esiti che, ad oggi, risultano chiari a chiunque. La realtà dei fatti è che, in particolar modo i social network, forse non sarebbero stati così “addictive” senza l’infinite scrolling.

Perché una semplice codifica di web design dovrebbe creare una sorta di dipendenza? E quali sono i meccanismi psicologici innescati?

  • L’effetto della novità: il cervello viene continuamente attratto da ciò che è nuovo, e, pedissequamente allo scorrere del dito, dalla ricerca di nuovi contenuti potenzialmente sempre più interessanti;
  • La produzione di dopamina, o sostanza dell’euforia, come neurotrasmettitore che regola il circuito di ricompensa, aumentando così le probabilità di ripetere lo stesso gesto in futuro per il senso di facilità e piacere ottenuto;
  • L’automaticità del gesto, la stessa sperimentata nella guida verso casa, porta a continuare a “scrollare” anche a sera tardi, quando si dovrebbe andare a dormire;
  • La ricerca di gratificazione, come ogni attività che preveda un’assuefazione, che si raggiunge quando si trova una notizia o un post soggettivamente interessante.

Digital addiction: una “nuova” dipendenza

La digital addiction è stata classificata a tutti gli effetti come disturbo cronico primario a tal punto da creare disfunzioni cognitive e comportamentali nei principali ambiti della vita quotidiana (affettivo, familiare e lavorativo).

Le dinamiche di dipendenza dalla rete telematica si possono sviluppare al punto da presentare fenomeni analoghi alle dipendenze da sostanze, con comparsa di tolleranza, craving e assuefazione.

Sono stati effettuati diversi studi nell’ultimo decennio per arrivare a profilare i tratti salienti di quella che, ad oggi, viene considerata una vera e propria disfunzione cognitiva e comportamentale. Basti pensare che sono stati coniati anche dei neologismi per riuscire a dare un nome ad ogni elemento distintivo di questo disturbo:

I sintomi di dipendenza digitale come aumento della solitudine (chiamata anche “phoneliness”), ansia e depressione sono stati osservati in un campione di studenti universitari che hanno completato un sondaggio sull’uso dello smartphone durante e al di fuori delle lezioni, arrivando a determinare anche osservazioni sulla postura definita “iNeck”.

(Peper, E. & Harvey, R. (2018). Digital addiction: increased loneliness, anxiety, and depression. NeuroRegulation, 5(1), 3-8.)

Le implicazioni più gravi: la pandemia, le fake news e la smodata necessità di “sapere”

A seguito dell’esplosione della pandemia dovuta al COVID19, il fenomeno si è riflesso anche sulla spasmodica e continua ricerca di notizie al riguardo. Più che di dipendenza, però, in questo caso si parla di cause dovute ad un istinto di sopravvivenza portato all’estremo.

Potrebbe sembrare contraddittorio, ma la continua ricerca di notizie “negative” risponde al bisogno di saperne sempre di più, presumendo così, in modo assolutamente aleatorio, di essere più al sicuro.

Insomma l’infinite scrolling risponde puntualmente ad alcuni dei meccanismi primari del cervello umano e lo fa esattamente perseguendo il suo scopo: quello di non farsi mai distrarre dall’azione di scrollare. Non viene mai interrotto il flusso dei contenuti e quindi l’utente non ha tempo di “distrarsi” dall’azione.

Bisogna quindi sicuramente riconoscere la genialità dell’idea di Aza Raskin, nonostante le conseguenze degenerative assunte e potenzialmente assumibili.

Le possibili soluzioni: passivismo a misura d’utente o rieducazione ragionata?

Sono state presentate diverse soluzioni, più o meno concrete: dall’installazione di app ad effetto “genitore proibitivo” che monitori e limiti il tempo da spendere su social e siti web (alcuni smartphone li hanno installati di default), alla proposta di modifica da device del colore sugli schermi visto che il grigio risulterebbe meno “attrattivo” rispetto ai colori chiari.

Sono espedienti sicuramente concreti e molto pragmatici, che però continuano a presupporre la passività dell’utente.

Forse la prima soluzione da prendere in considerazione sarebbe, razionalmente, quella di domandarsi se sia il caso di dipendere (anche) da quattro righe di codice piuttosto che scegliere di ripensare e rieducare le prossime generazioni ad un approccio più ragionevole al web.

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