Lo scontro tra editoria e big tech in Australia

La nuova proposta di legge ha generato un enorme dibattito digitale e politico. Facebook blocca i media nel paese mentre Google, essential facility per eccellenza, sigla un accordo con News Corporation per una “vetrina di notizie” più equa. Si tratta di un processo limitato all’Australia o il cambiamento avverrà anche negli altri paesi?

 

Secondo gli ultimi studi pubblicati dalle più note agenzie di digital marketing di Canberra, il social network più utilizzato dai cittadini australiani è Facebook. Scelto dall’80% della popolazione, avrebbe registrato più di 16 milioni di utenti attivi negli ultimi mesi del 2020.

I contenuti che ottengono il più alto livello di engagement, il 59%, sono i video, mentre il 39% utilizza la piattaforma per la ricerca di notizie e articoli. Si tratta di una percentuale molto alta, se pensiamo che la rete, fondata da Zuckerberg nel 2004, aveva uno scopo ben diverso da quello della condivisione di notizie. Come avranno reagito, quindi, gli utenti australiani nello scoprire, il 17 febbraio 2021, che tutte le news online erano state eliminate da Facebook?

Canberra a favore dell’editoria

Per capire a pieno la vicenda, bisogna fare un salto nel 2018, quando il governo australiano avvia un’inchiesta sulla competizione tra editoria ed i giganti big tech nella condivisione delle news. I risultati associavano ai media online un enorme ruolo nella propagazione di notizie, aumentando la rabbia dei giornalisti. L’editoria, infatti, necessitava di un meccanismo per sostenere economicamente la qualità della sua informazione. La richiesta di retribuzione, quindi, sarebbe giustificata dal continuo utilizzo dei contenuti creati dagli editori da parte di Google e Facebook per aumentare il loro engagement. 

Nel 2019, il dibattito non ha potuto che farsi più acceso con la crescita di popolarità del nuovo social TikTok e, nel 2020, di Clubhouse. Per far fronte a questi problemi, il governo australiano ha approvato una nuova legge, il News Media and Digital Platforms Mandatory Bargaining Code. Il nuovo regolamento impone alle piattaforme digitali di pagare una quota agli editori per la condivisione delle loro news, per ottenere un rapporto più equo tra editoria e giganti del web. 

Il dilemma : “could the code break the internet?”

L’ideatore del World Wide Web, Tim Berners-Lee, si schiera a favore delle piattaforme digitali, accusando l’Australia di infrangere i principi da lui stesso stabiliti nel 1989. Secondo l’informatico britannico, il nuovo codice proposto dal governo australiano andrebbe contro la vera natura del Web, dove i contenuti ed i link di rimando a seconde pagine devono essere accessibili gratuitamente. Questo principio è fondamentale per il funzionamento di piattaforme come Facebook e Google, il cui punto di forza è proprio la gratuità del servizio, come viene ben evidenziato nella facciata principale del social di Zuckerberg. Imporre delle quote di retribuzione stravolgerebbe l’intero apparato di Internet e darebbe il via ad una serie di enormi conseguenze che danneggerebbero altre piattaforme operanti a livello globale.

Il gigante tech all’attacco 

La proposta di legge ha subito spaventato il colosso statunitense. Dal social network sono state improvvisamente eliminate tutte le pagine che si occupavano di media locali o globali. Gli editori internazionali potranno continuare a postare le notizie, ma i link ed i post non potranno essere visualizzati o condivisi dal pubblico australiano. E non solo pagine di media, ma anche di istituzioni, organizzazioni governative, gruppi di diritti umani sono state incluse nella blacklist. Una grande perdita che isolerebbe l’Australia, non rendendo accessibili una serie di informazioni sul coronavirus o su gravi eventi meteorologici, di grande importanza nel periodo che stiamo vivendo.

Penalizzate anche le pagine di alcune aziende che si son trovate, forse erroneamente, bannate dal social, senza nessun preavviso o giustificazione. Un esempio è la pagina “One hour out” che non si occupava di condivisione di news ma della sponsorizzazione di ristoranti, bar e piccole attività nello Stato di Victoria.

Le lamentele sono arrivate a Facebook che non ha potuto che scusarsi, il 20 febbraio, per l’accaduto, definendo l’eliminazione di pagine sponsor e di istituzioni governative un grave errore. Molte di queste ora sono di nuovo online, ma il discontento non si è di certo placato. 

Il Financial Times, noto quotidiano britannico, non si è lasciato intimidire. Condivide, infatti, sul suo profilo Instagram una forte provocazione che paragona Facebook alla Corea del Nord, governo autoritario, molto lontano dal diventare un sistema democratico. Il giornale non perde l’occasione per attaccare il gigante tech e mettere ancora una volta in discussione il suo operato. Il social è da tempo ormai nell’occhio del mirino, anche per le recenti polemiche dovute alla censura dei profili dell’ex presidente americano, di cui avevamo parlato qui.

 

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Uno scontro digitale e politico

Un periodo sicuramente non facile per Facebook. La mossa di Zuckerberg, d’altronde, non può che apparire come una forma di ritorsione contro la legge in via di approvazione in Australia, e non poteva che riaccendere i dibattiti sull’immenso ruolo dei social network. Il primo ministro australiano Scott Morrison denuncia direttamente sul suo profilo Facebook il potere delle grandi aziende tecnologiche che “stanno cambiando il mondo ma non dovrebbero poterlo gestire”.

Il governo australiano è stato altamente criticato perché, a detta di molti, nulla sarebbe successo se il paese non avesse iniziato questa “inutile lotta contro Internet”. Molti credono che i veri beneficiari del sistema siano sempre stati gli editori che, condividendo notizie sulle piattaforme digitali, hanno aumentato le loro visualizzazioni e gli incassi. Dai dati pubblicati da Zuckerberg, infatti, si evince che nel 2020 Facebook ha creato 5.1 miliardi di rimandi ai media australiani, generando un profitto pari a 407 milioni di dollari da loro incassati. Il guadagno di Facebook dalle news, invece, sarebbe minimo e rappresenterebbe meno del 4% del traffico totale globale.

D’altro canto, in Australia la percentuale di engagement delle news salirebbe al 39% per il particolare interesse che le notizie otterrebbero dal pubblico australiano. Dovrebbe quindi retribuire gli editori e generare profitto solo tramite le pubblicità che appaiono nella bacheca degli utenti.

Solo una collaborazione tra il governo australiano e Facebook potrebbe salvare la situazione. Il ministro Morrison, quindi, ha esortato Zuckerberg a lavorare in modo costruttivo con il governo “come Google ha recentemente dimostrato in buona fede”.

La scelta controcorrente di Google

Sebbene Google sembrasse voler seguire la stessa linea di Facebook, ha invece poi rinnegato il blocco dei contenuti grazie all’accordo stabilito con la News Corporation, società dell’editore Rupert Murdoch, ad oggi 77esimo uomo più ricco del mondo. Si tratta di un gruppo mediatico che detiene il 100% delle partecipazioni di Sky Italia e si classifica seconda emittente televisiva italiana, subito dopo Mediaset. La società verrà retribuita da Google per la condivisione online dei contenuti delle sue testate giornalistiche. Il risultato sarà la News Showcase, una “vetrina digitale” dai contenuti di alta qualità e affidabilità che comparirà esclusivamente navigando su Google.

Alcuni credono che Google si sia trovato costretto a siglare questo accordo. Recentemente, infatti, Microsoft si era detta disponibile a colmare con “Bing” il vuoto che il più famoso motore di ricerca avrebbe lasciato in Australia. Facebook, invece, non si sentirebbe minacciato da nessun altro social network, considerando l’alto engagement che vanta in Australia. 

Si aggiunge il fatto che entrambe sono due piattaforme molto diverse tra loro. Il motore di ricerca Google Inc. è ormai considerato un “essential facility”, ovvero un servizio essenziale e non duplicabile, il cui utilizzo non può esser negato né ai cittadini, né ad altre aziende che operano nel mercato. Il blocco di Google in Australia, infatti, comporterebbe la paralisi di interi apparati produttivi legati all’uso delle informazioni condivise online. Pertanto, il portale non poteva comportarsi diversamente. 

Anche Zuckerberg scende ad un compromesso 

Visto l’imminente accordo tra Google e News Corporation, anche Zuckerberg si è trovato costretto a trattare con il governo australiano, come il ministro Morrison aveva richiesto pochi giorni prima. L’accordo raggiunto, annunciato da Josh Frydenberg il 23 febbraio, soddisferebbe entrambi le parti.

Questo comporterebbe una modifica alla precedente proposta di legge. Facebook non sarà più obbligato al pagamento dei contenuti a tutti i media, ma dovrà provvedere a siglare, nei prossimi due mesi, degli accordi per stabilire un compenso con determinate testate giornalistiche. Il numero di editori a cui spetta un compenso sarebbe drasticamente diminuito. Ogni testata, infatti, dovrà soddisfare una serie di criteri per risultare consona alla retribuzione dei suoi contenuti. Ogni editore, inoltre, sarà libero di scegliere se usufruire dell’engagement online o se vietare la condivisione dei suoi contenuti su Facebook. Un esempio è il giornale “Sydney morning Herald” che avrebbe già deciso di rendere disponibili i suoi articoli esclusivamente sul suo sito Web e sull’App. Come segno della pace raggiunta, Facebook ha annunciato che revocherà il blocco dei contenuti in Australia nei prossimi giorni.

E se altri paesi seguissero la linea australiana?

L’episodio che sta avvenendo in Australia potrebbe fungere da precedente per l’applicazione dello stesso emendamento in altri paesi del mondo. L’ipotesi avrebbe ovviamente enormi implicazioni giuridiche, economiche e digitali. Questa preoccupazione ha fatto sì che nuovi accordi tra Google e News Corporation, legati all’uso di News Showcase, siano già stati siglati in Francia, Germania, Regno Unito e Brasile. Sembrerebbe quindi che le cose stiano cambiando, a favore degli editori e delle testate giornalistiche.

In particolare, il ministro canadese Steven Guilbeault aveva inizialmente annunciato di appoggiare pienamente l’Australia. Per questo, puntava ad una legislazione per far pagare a Facebook una quota di licenza per presentare contenuti creati a livello nazionale sulle loro piattaforme.

Gli accordi tra Facebook e l’Australia sono ancora in fase di negoziazione e verranno resi pubblici nei prossimi giorni. Solo allora, si capirà se lo stesso meccanismo potrà soddisfare Steven Guilbeault e in futuro venir applicato in altri paesi. 

Una rivoluzione digitale in vista? 

Sicuramente, la scomparsa delle notizie online è una grande perdita per ogni utente. Nei giorni del blocco delle notizie su Facebook, gli utenti sono stati travolti da fake news che hanno fatto a gara per riempire il vuoto lasciato dai media, dimostrando il danno che il definitivo taglio delle notizie potrebbe portare al web. Ognuno di noi, inoltre, si troverebbe costretto al pagamento di un abbonamento per accedere alla futura News Showcase o a registrarsi ad un giornale online, come il Financial Times. Ma riusciremmo davvero ad immaginare una bacheca senza notizie? Tutte le piattaforme stanno, infatti, seguendo i risvolti di questa storia, che potrebbe portare ad una vera rivoluzione nel mondo dell’editoria e in quello digitale. 

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