Quattro grandi flop di Google e cosa ci insegnano

Il fallimento non è sempre negativo. Google lo dimostra: i suoi flop sono tanti ma hanno sempre portato l’azienda a imparare dagli errori. In particolare con questi quattro servizi che avrebbero potuto rivoluzionare Internet. Ecco le loro storie.

I numeri di Google sono pazzeschi. È un’azienda che innova tanto, offre tantissimo, piace tantissimissimo e guadagna tantissimissimiss… no, di più.

I suoi servizi vengono usati ogni giorno da miliardi di utenti in tutto il mondo: Android, YouTube, Maps, Drive, Gmail, Chrome, senza naturalmente dimenticare l’iconica funzione di motore di ricerca. Ciascuno di questi servizi, poi, riesce a mantenere nel mondo una quota di mercato davvero strabiliante. Qualche cifra? Google (come motore di ricerca) 90%, Android 86%, YouTube 77%, Maps 69%, Drive 37%, Gmail 27%, Chrome 60%. Wow!

Nonostante i numeri da capogiro, però, a volte anche Google fa il passo più lungo della gamba e incappa nell’occasionale fallimento. In questo articolo abbiamo raccolto quattro casi di flop particolarmente significativi non solo per la loro storia, ma anche per la lezione che se ne può trarre. Ah, se voleste prendere appunti… usate Google Keep!

Google Video

Google Video era un servizio lanciato a gennaio 2005 che consentiva di caricare online e visualizzare contenuti video, inserendoli in un grande archivio digitale. Suona familiare? Certo, perché era molto simile a YouTube, che è nato solo un mese dopo, nel febbraio 2005.

La somiglianza tra YouTube e Google Video proseguiva nelle schermate. Questa qui sotto era una pagina di ricerca all’interno di Google Video, quasi uguale a quella del competitor YouTube.

L'immagine mostra una pagina di ricerca all'interno di Google Video

I due servizi si sono fatti concorrenza per più di un anno, con YouTube che andava a gonfie vele mentre Google Video stentava a decollare.

Vista la malaparata, Susan Wojcicki (che al tempo supervisionava Google Video) ha proposto l’acquisizione di YouTube da parte di Google. Detto fatto: YouTube è stata comprata da Big G nell’ottobre 2006 e ciò ha reso inutile il servizio Google Video, che infatti è stato progressivamente abbandonato fino a essere chiuso del tutto nel 2012. Fun fact: oggi Susan Wojcicki è la CEO proprio di YouTube.

Cosa si può imparare dal flop di Google Video?

Innanzitutto che per avere successo non basta avere l’idea giusta. E non basta nemmeno avere l’idea giusta per primi, anche se ti chiami Google e hai una considerevole potenza di fuoco a disposizione. Bisogna invece implementare al meglio quella stessa idea per gli utenti, come ha fatto YouTube.

Lezione numero due: l’intelligenza si dimostra anche nella sconfitta. Piuttosto che continuare la competizione con YouTube, infatti, Google ha avuto l’acume necessario per riconoscerne la superiorità e acquistarla prima che fosse troppo tardi. Una mossa largamente ripagata, a giudicare dai numeri che YouTube genera attualmente. Insomma: se non puoi combatterli, comprali.

Google Wave

Wave avrebbe potuto essere uno dei servizi digitali più rivoluzionari mai visti. Google l’ha annunciato nel 2009 alla conferenza Google I/O, presentandolo come “uno strumento personale di comunicazione e collaborazione”.

In sostanza si trattava di una piattaforma web pensata per riunire e-mail, chat, wiki, social network, documenti, foto, video, feed RSS, mappe e molto altro. Tutto era concentrato in un’unica applicazione, accessibile tramite il proprio browser, in cui scambiarsi messaggi e collaborare su documenti in tempo reale. Ecco un esempio di schermata all’interno di Google Wave:

L'immagine mostra l'interfaccia grafica di Google Wave con varie finestre aperte

In Google Wave erano inserite alcune funzioni considerate novità interessanti per l’epoca, come la possibilità di vedere quando qualcuno stava digitando un messaggio (sì, c’era un tempo in cui non si poteva) o la traduzione automatica e istantanea del messaggio da una lingua all’altra.

Il servizio è stato lanciato in forma di “beta open source per sviluppatori” perché, come ha ammesso Google stessa, gli ingegneri al lavoro sul progetto non avevano ancora sviluppato appieno tutte le potenzialità della piattaforma. A parte gli entusiasmi iniziali, però, Google Wave non ha appassionato il pubblico, forse per via dell’interfaccia decisamente poco intuitiva o per la confusione generata da una così massiccia integrazione tra applicazioni diverse.

Google ha chiuso definitivamente il progetto nel 2012, ma non per questo ha gettato nella spazzatura l’intero prodotto. Anzi: molte idee introdotte in Google Wave sono state riciclate per altri servizi di Google. L’esempio più lampante è la collaborazione in tempo reale su documenti e fogli di lavoro, che è stata implementata all’interno della suite di Google Drive composta da Documenti, Fogli, Presentazioni e Moduli. Sempre per la suite di Drive è stata ripresa anche la funzione “Playback”, che consente di rivedere ed eventualmente ripristinare ogni modifica fatta al documento.

Un ottimo modo per sfruttare un grande flop: selezionare le idee buone e riutilizzarle altrove.

Google Answers

Google Answers, lanciato nel 2002, era una sorta di “mercato online della conoscenza”: si trattava di un servizio che permetteva agli utenti di offrire soldi per ricevere risposte dettagliate alle proprie domande. Le ricompense messe in palio per le risposte potevano variare da un minimo di 2$ a un massimo di 200$, più eventuale mancia di massimo 100$ in caso di risposta particolarmente esaustiva.

Tutti potevano fare domande offrendo soldi, ma non tutti potevano rispondere. Erano autorizzati a farlo (e quindi a guadagnare la ricompensa) solo determinati utenti, chiamati Google Answers Researchers (GAR). La selezione dei circa 500 GAR era stata compiuta da Google proprio per garantire un elevato standard di qualità e completezza delle risposte.

Qualcuno cercava di rispondere alle domande per guadagnarsi da vivere dedicandosi a tempo pieno all’attività. A conti fatti, però, il ricavo era troppo basso. I soldi offerti raramente superavano i 20$ e Google tratteneva per sé circa il 25% di quella cifra. Chi rispondeva quindi lo faceva per divertirsi e per arrotondare, più che per un reale interesse economico.

Le domande comunque sono tuttora consultabili, nonostante il servizio sia chiuso dal 2006. Dando un’occhiata alle numerose categorie di argomenti (salute, notizie, scienza, arti, sport, casa, società, eccetera) si trova di tutto: da chi ha pagato 10$ per sapere quante ambulanze ci fossero negli Stati Uniti a chi invece domandava se convenisse aggiornare Windows 98 a Windows 2000… Un pezzo d’internet commovente, per i nostalgici.

Nel 2006 Google Answers è stato chiuso perché mancava l’utenza necessaria per rendere il servizio davvero profittevole per Google. Il comunicato diffuso in occasione della chiusura spiegava proprio che, a causa della “piccola dimensione della community di Answers”, Google avrebbe accantonato il servizio per orientarsi invece su “altri modi per aiutare i nostri utenti a reperire informazioni”.

Ed è proprio quello che hanno fatto. Gli ingegneri di Google, piuttosto che concentrarsi sulla forma di risposta lunga, dettagliata e a pagamento di Google Answers, hanno messo a punto un algoritmo che fornisce in cima ai risultati di ricerca risposte brevi, semplici e gratuite alle domande più comuni degli utenti, attraverso i cosiddetti “snippet in primo piano”. Un esempio:

L'immagine mostra una pagina di ricerca su Google dove è stato cercato "qual è la superficie della terra" e viene mostrato in cima ai risultati di ricerca uno snippet con la risposta "510.100.000 km²"

Dal flop di Google Answers si può trarre un importante insegnamento: bisogna focalizzarsi su ciò che si sa fare meglio. Google è regina indiscussa nello sviluppo di algoritmi e software automatici, mentre è molto meno efficace quando opera nel campo dei servizi basati sull’interazione fra persone. Per rimediare al flop del suo servizio, quindi, è bastato traslare l’esperienza delle domande/risposte all’interno di un meccanismo automatico che presenta all’istante la risposta che l’utente vuole.

Google Plus

Sì, ufficialmente è ancora in piedi, ma è evidente a tutti che il super-anticipato social network di Google sia in gran parte un fiasco. Esattamente come lo sono stati gli altri tre tentativi di Google di costruire un proprio social network. Ci hanno provato con Google Buzz, chiuso nel dicembre 2011, con Google Friend Connect, chiuso nel 2012, e con Orkut, chiuso nel 2014.

Tutti questi servizi sono stati a poco a poco sospesi per concentrare gli sforzi su Google Plus, lanciato nel frattempo nel giugno 2011. Il piano di Google per la piattaforma era tanto semplice quanto ambizioso: detronizzare Facebook e imporsi come il social network più grande e utilizzato sul pianeta.

Subito dopo il lancio Google Plus ha attirato moltissima attenzione sia da parte degli utenti (grazie al meccanismo di accesso solo tramite invito) sia da parte dei competitor (Zuckerberg era così preoccupato dall’ascesa di Google Plus che chiamò a raccolta i propri dipendenti e dichiarò una guerra totale al social di Big G).

Eppure, superata la prima fase di febbrile entusiasmo che ha visto Google Plus crescere esponenzialmente rispetto ai competitor, gli utenti non hanno utilizzato il servizio tanto quanto Google si aspettava: solo 3 minuti al giorno rispetto alle 7 ore su Facebook.

Google non è mai riuscita a far interagire le persone all’interno del social network. Ci ha provato in tutti i modi, arrivando anche a costringere gli utenti a registrarsi a Google Plus per commentare su YouTube. Naturalmente non ha funzionato. Le critiche si sono moltiplicate e così, tra frettolosi passi indietro, costanti cali d’utenza e sostituzioni nel management, Google Plus si è lentamente spopolato.

In questo grafico di Google Trends, che misura l’interesse mondiale per la keyword “Google Plus”, la parabola discendente si nota benissimo: il picco iniziale nel periodo di lancio, la rapida ricaduta e infine il progressivo disinteresse che continua anche oggi.

Certo, qualcuno che lo usa ancora esiste, ma l’appellativo di “città fantasma” affibbiatogli dal New York Times ha senso. Per capirlo basta dare un’occhiata ai dati forniti da questa ricerca: i profili registrati a Google Plus sono 2,2 miliardi, ma di questi il 91% non ha mai pubblicato un post sulla piattaforma.

Se poi sono le pagine ufficiali di Google ad abbandonare il proprio social in favore di Twitter e Facebook, allora il sospetto che Google stessa si sia resa conto del flop e voglia metterci una pietra sopra si fa molto concreto. E forse a breve succederà davvero.

Il grande errore di Google in questo caso è stato quello di voler penetrare in un mercato complicato e affollato come quello dei social network senza avere ben chiaro quale fosse il vero elemento distintivo di Google Plus rispetto a Facebook e simili. Non è affatto bastato appiccicare il marchio “Google” sopra a un prodotto molto simile a quelli della concorrenza per fare il botto e prendersi il mercato.

Senza contare, poi, che come per Google Answers anche con Google Plus l’azienda si è dimostrata incapace di saper gestire efficacemente l’interazione fra persone all’interno dei propri servizi. Il potenziale d’integrazione fra i numerosi servizi di Google è stato sfruttato pochissimo, non portando nessun reale vantaggio all’utenza, che infatti è rimasta altrove.

Cosa ci insegnano questi flop?

Una cosa è certa: nessuno vuole fallire, nemmeno Google. Ed è normale, a tutti piace avere sempre successo. Nelle aziende però questo può generare una cultura dove il fallimento non è tollerato. Si riducono al massimo i rischi e le nuove idee vengono soffocate per raggiungere facilmente solo obiettivi a breve termine.

Un clima del genere porta alla formazione di una sorta di “pseudo-successo” dove:

  • I buoni risultati, anche se minimi, sono considerati soddisfacenti
  • I tentativi di innovazione o cambiamento vengono repressi
  • La creatività individuale non viene considerata

Lo pseudo-successo si nutre di se stesso, perciò può nascere in quattro e quattr’otto un circolo vizioso dal quale è sempre più difficile uscire.

Per ovviare a questo gigantesco problema la soluzione è una sola: saper accettare il fallimento. Bisogna innanzitutto riconoscere che il fallimento, in qualsiasi avventura – personale o aziendale – è inevitabile e quindi necessario per poter proseguire sulla strada dell’innovazione.

In questo senso quindi la sfilza di flop collezionata da Google non è affatto una “lista della vergogna”, quanto piuttosto una “lista del coraggio”, che fa onore a Big G proprio perché testimonia coi fatti come l’azienda sia alla costante ricerca di innovazione e di nuove strade da seguire nel mondo della tecnologia, che – ripetiamolo fino alla nausea, perché è vero – cambia di continuo.

Susan Wojcicki (ricordate il nome? Oggi è la CEO di YouTube) questa lezione l’ha interiorizzata alla grande. Nel 2011 infatti ha pubblicato un articolo divenuto il manifesto della filosofia aziendale di Big G: gli otto pilastri alla base dell’innovazione di Google.

L’ultimo pilastro, il più importante, si riassume nello slogan “Never fail to fail”.

Scrive Wojcicki:

Google è conosciuta per YouTube, non per Google Video Player. La verità è che le persone ricordano più i tuoi successi dei tuoi fallimenti. Fallire va bene purché si impari dai propri errori e li si corregga subito. Credetemi, noi (di Google) abbiamo fallito un sacco di volte. […] Dobbiamo solo continuare a dire ‘sì’ e resistere alla cultura del ‘no’, accettando il fatto che i fallimenti sono inevitabili, e perseverare finché non cogliamo nel segno”.

Google indubbiamente ha colto nel segno.

 

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