Spotify 2018 Wrapped: l’utilizzo dei dati che piace all’utente

Quante volte soprattutto nell’ultimo periodo abbiamo sentito parlare (spesso anche in modi impropri) di dati, informazioni sensibili e privacy dell’utente?

Nell’era in cui tutti vanno alla ricerca dei famosi “Big Data” (a volte senza sapere bene nemmeno cosa siano davvero questi fantomatici “Big data”) mentre milioni di utenti si scandalizzano per come sono trattate le proprie informazioni personali, la realtà è che spesso ci troviamo di fronte a un gigantesco e variegato “mappazzone”, come direbbe il caro chef Bruno Barbieri.

 

“Data Mappazzone”

Ci troviamo di fronte ad una realtà in cui tante aziende (piccole, medie o grandi che siano) rincorrono disperatamente ogni possibile dato utile che aiuti a delineare le misteriose buyer personas o a capire “cosa fa”, “cosa mangia” e “cosa vuole” il proprio target, come se quest’ultimo fosse una massa indistinta e senza volto. Una realtà in cui, per l’insaziabile fame di raccogliere informazioni utili, molte aziende finiscono per spendere ampie quantità di budget per ricavare dati che in realtà già hanno, ma non sanno come utilizzare o peggio non sanno di avere.

È la stessa realtà in cui gli utenti si scandalizzano davanti alle notizie riguardo a “dove finiscono i loro dati” e boicottano le stesse piattaforme sulle quali (dopo aver firmato un consenso all’iscrizione che spesso non viene nemmeno letto) ogni giorno pubblicano cosa fanno, cosa mangiano, con chi, dove e quando. Gli stessi utenti che, mentre accusano Facebook (e compagnia) di cannibalizzare la propria privacy, non si fanno poi troppi problemi nella “vita reale”, come viene definita da molti, ad appiccicare i nomi di tutta la famiglia, figli piccoli compresi, sul vetro dell’auto.

E allora via di GDPR, aggiornamenti delle normative sulla privacy a livello nazionale e internazionale come fossero panacee, mentre piattaforme e aziende si rimbalzano oneri e colpe per i dati trattati, con il desiderio di volere tutte le informazioni possibili, ma senza esserne minimamente responsabili. Il tutto in un contesto in cui, stando a comportamenti e atteggiamenti dei più on e offline, gli utenti sembrano voler essere consapevoli, preoccupati e scioccati riguardo all’utilizzo dei propri dati, solo quando fa comodo scrivere un bel post dai toni scandalizzati.

 

Una luce (verde) nel caos

In tutto questo “mappazzone”, poi c’è Spotify, né la prima né l’unica grande azienda ad essere estremamente interessata ai dati riguardanti interessi e comportamenti del proprio pubblico, ma che riesce a distinguersi e ad eccellere nella tanto ambita pratica del Data driven marketing.

Lo fa attraverso una strategia in cui, come in tante altre, i dati relativi ad attività e interessi dell’utente ricoprono un ruolo fondamentale, ma con alla base un concetto estremamente innovativo.

L’ultimo grande esempio di questa strategia è il “2018 Wrapped” (in Italia “Il 2018 in musica”), il famoso resoconto della musica più ascoltata dall’utente durante l’anno, che dal 2016 in cui è stato introdotto è oramai diventato un appuntamento fisso e atteso da milioni di persone.

Quello di quest’anno è arrivato ad ogni utente di Spotify il 6 dicembre e nel giro di pochi giorni ha portato a risultati incredibili che ne riassumono alla perfezione successo e apprezzamento.

A pochi giorni dall’uscita (dati aggiornati al 09/12), tra Instagram e Twitter sono infatti già più di 400.000 le condivisioni del proprio “resoconto” personale da parte degli utenti con l’hashtag “#2018Wrapped” e più di 2,3 milioni le menzioni per Spotify, senza contare i tantissimi post su Facebook.

La vera idea potente e innovativa che contraddistingue Spotify è palesare all’utente la raccolta e l’utilizzo dei dati, ma dando allo stesso tempo qualcosa in cambio che risulta di valore per l’utente stesso.

In quanti abbiamo già in rotazione la playlist “I miei preferiti del 2018”, appositamente creata per noi, ripercorrendo con la mente i momenti più memorabili dell’anno, sempre accompagnati dalla giusta canzone su Spotify?

Il “Wrapped” è solo una delle splendide strategie attraverso le quali la piattaforma musicale utilizza i dati a sua disposizione per “mettersi in contatto” con gli utenti e restituire a questi valore, che sia un’emozione, una risata o semplicemente qualcosa da condividere.

Vi ricordate gli splendidi billboard giganti degli scorsi anni, sparsi nelle più grandi città del mondo, che hanno giocato con i dati più strani o particolari raccolti sugli ascolti degli utenti? Anche in quel caso, Spotify ha sfruttato le informazioni a sua disposizione non solo per pensare ad un’idea pubblicitaria estremamente creativa, ma per “restituire”, anche se in modo semplice, qualcosa ai propri utenti, magari facendo rivivere le emozioni che hanno contraddistinto il loro anno.

 

 

Con il “#2018Wrapped”, Spotify va ancora più a fondo perché identifica qualcosa che può essere di valore, non per il proprio pubblico, decisamente non per il proprio “target”, ma per la singola persona che vive le sue giornate, le sue gioie e i suoi momenti difficili, accompagnata dalla musica della piattaforma.

E i dati sulle condivisioni sui social parlano chiaro e dicono che in questo caso non solo le persone non si “scandalizzano” per il trattamento dei “loro dati”, ma lo desiderano e ringraziano. Perché, come sempre, quando un brand riesce a identificare qualcosa di valore per sé, ma che allo stesso tempo può essere di valore per la persona, allora fa nascere nella relazione “brand-persona” qualcosa di più del semplice acquisto/vendita costruendo un legame forte, di valore appunto.

“Il 2018 in musica” in fondo non è altro che un “semplice” algoritmo che automaticamente crea report e playlist sulla base del numero di ascolti e degli interessi. Eppure funziona perché l’utente si sente davvero al centro, per una volta, e davvero unico.

Poco importa se altri milioni di persone lo ricevono proprio come me, quello che Spotify mi ha inviato è il mio soltanto, mi emoziona e mi rappresenta. È il mio anno in musica che, grazie ad un “semplice algoritmo” posso rivivere.

Grazie, Spotify.

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