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Il più Grande Spreco è la Differenza tra ciò che Siamo e ciò che Possiamo Essere: Intervista a Anthony Smith

da 2 Novembre 2016Settembre 25th, 2017Nessun commento
Non smettere mai di imparare e di crescere, i 5 passi da seguire per pianificare a lungo termine la propria vita e raggiungere i propri obiettivi, la leadership (quella vera) e qualche trucco del mestiere per parlare in pubblico senza paure. Un’intervista che raccoglie il pensiero e la filosofia di vita di Anthony Smith, l’Executive Business Coach e Personal Coach che ha tenuto lo speech d’apertura al MARKETERs Festival 2016.

Sulla vita di Anthony Smith si potrebbe scrivere un libro, anzi lo ha già fatto lui! Riproviamo. Sulle cose che insegna Anthony Smith si potrebbe scrivere un libro, ma ha già fatto anche questo. Ci vuole poco a capire che l’Executive Business Coach e Personal Coach è prima di tutto uno che si dà da fare e che non ha paura di mettersi in gioco. Una dimostrazione? Licenziarsi dalla posizione di Direttore Vendite di Nike per perseguire i propri sogni, passando dalla vendita alla formazione, con una missione chiarissima: migliorare la qualità della vita delle persone. Questo è Anthony Smith oggi. Ci vuole coraggio, ma soprattutto consapevolezza. Rischiare? Forse, ma alla base c’è una grande strategia, che prima di tutto deve essere fatta sulla propria vita.

Scopriamo quindi Anthony Smith, in un’intervista che lascia davvero molti spunti su cui riflettere (almeno è stato così per me) e che si accompagna con alcuni strumenti concreti che Anthony ha voluto lasciarci per iniziare già adesso a lavorare su noi stessi, in vista del “discorso” – mai chiamarlo così! – che terrà al MARKETERs Festival dal nome “never stop learning” (vi suona familiare?).

Parole e fatti. O meglio, spingere ai fatti con le parole. Buona lettura.

Ciao Anthony! Grazie per averci concesso quest’intervista. Sapendo che sei una persona pratica e concreta, direi di passare subito al sodo. Sei stato per 12 anni all’interno di una realtà come Nike, dove hai intrapreso una carriera davvero notevole: prima consulente tecnico in Germania, poi sei entrato nella vendita, in un lungo percorso che ti ha permesso di diventare Direttore Vendite per Nike Italia. Con quale mentalità si arriva a questi livelli? Come hai gestito il work-life balance?

In una multinazionale non è facile gestire l’equilibrio tra lavoro e vita privata. Devi cercare di raggiungere il massimo dell’efficienza nel lavoro che fai. Ci sono persone che stanno in ufficio fino a tardi (anche fino alle 20.00-21.00) pensando di fare bella figura, ma spesso non lo fanno affatto. Chi lo fa sta in realtà dimostrando due cose:

  • che vuole “farsi vedere”, ostentando il fatto che lavora più degli altri,
  • che non riesce a organizzare bene il suo lavoro durante la giornata.

Il giusto equilibrio è fondamentale. Riflettiamo spesso sul  posto di lavoro quanto stiamo bene nella nostra vita privata: è perciò importante avere degli hobby, degli interessi fuori dal lavoro. Cose oltre il guardare i video che la gente mette su Facebook! Cose che ti aiutano a crescere e a diventare innanzitutto una persona completa, migliore e di spessore. I più grandi manager che conosco sono persone che non si interessano solo a una cosa o solo alla loro professione in senso verticale. Sono prima di tutto delle persone curiose: si informano di cultura, di tecnologia, sanno cosa sta succedendo nel mondo. Si interessano a quello che fanno i loro colleghi, i reparti e le divisioni aziendali. Quando li senti parlare, si sente il loro “spessore”, un’intelligenza che va oltre.

Un’altra cosa che serve per fare carriera è non limitarsi a fare il minimo indispensabile: impara a dare di più, ad andare oltre quello che ti viene chiesto, a essere proattivo, a essere un problem solver.

Infine, aiuta anche saper comunicare. Ma su questo potremmo anche parlare due giorni interi!

Torniamo per un attimo alla tua storia. Ci racconti quell’incontro con Charles Denson, all’epoca presidente di Nike a livello mondiale, che ha cambiato la tua vita?

Charlie è un uomo di grande esperienza e che stimo molto. All’epoca era il direttore generale di Nike Europa. Dopo 12 anni iniziavo ad avere una strana sensazione, mai avuta prima: nonostante Nike mi avesse sempre trattato molto bene e fosse un’azienda fantastica, forse dovevo fare altro nella mia vita.

Quando decisi di andare via da quell’azienda che amavo per perseguire la mia strada ho avuto modo di incontrare Charlie per ringraziarlo e per salutarlo. Mi strinse la mano e mi tirò verso di sé, chiedendomi “Perché vai via adesso?”. Prima di tutto credo di averlo assicurato che avevo lo swoosh nel cuore, ma che “dovevo” andare via per “trovare la mia strada nella vita”.

Gli dissi “Vado via per una cosa che mi hai insegnato tu. Per l’ennesima volta sto lavorando sul piano strategico a 5 anni e, come mi hai insegnato tu, mi sono proiettato nel futuro. Ho pensato al mercato, ai clienti e ai competitors, a quali obiettivi pormi, a come utilizzare al meglio gli strumenti che l’azienda mi ha dato per raggiungerli, a come strutturare la forza di vendita, a quante risorse economiche mi serviranno e così via. E a un certo punto mi sono chiesto “Ma cosa potrebbe venir fuori se facessi questo stesso esercizio per me stesso?” E l’ho fatto. Adesso, Charlie, mi sono posto degli obiettivi personali e so cosa devo fare per raggiungerli entro 5 anni. Ho fatto una specie di pianificazione strategica personale! Ma Charlie, spero che se mai volessi tornare la porta per me rimanga aperta!”

Con un sorriso mi disse “Dopo una dichiarazione così, cosa posso dirti se non…Buona fortuna!”

Chi è Anthony Smith oggi? Nel tuo libro “Il Coraggio di Cambiare” sostieni che “il più grande spreco del mondo è la differenza tra ciò che siamo e ciò che invece potremmo essere”: si può dire che colmare questo gap sia la tua mission?

La mia vera mission nella vita, cioè il vero motivo per cui credo di essere qui su questa terra, è di usare le mie capacità comunicative per aiutare decine di milioni di persone a migliorare la qualità delle loro vite. Ci credo veramente.

Credo anche di poter realizzare questa mission. E credo inoltre che per realizzarla sarà inevitabile dover tirare fuori il meglio di me. Per farlo non devo mai smettere di imparare. Mai! È il vostro slogan se non mi sbaglio, che sposo in pieno. Aggiungerei una cosa però: imparare è una cosa, applicare quello che uno impara è un’altra cosa ancora. Vedo tanta gente che frequenta corsi e seminari, ma la realtà è che poche sono le persone che riescono a trarre il beneficio di ciò che hanno imparato.

Non smettiamo mai di crescere. È questa è una delle cose più belle della vita. Sono a un buon punto riguardo la mia mission. Sono cresciuto molto in questi anni e sto continuando a crescere e proprio adesso sono entrato in un’altra fase della mia vita in cui sto per fare un salto enorme verso la realizzazione di questa mission. Proprio in questo periodo sto adoperando un nuovo modello di business che mi permetterà di raggiungere molte più persone, ovvero di aiutare molte più persone.

Attraverso la tua professione di Executive Business Coach e Personal Coach sei portavoce del valore della pianificazione, un asset fondamentale anche per noi MARKETERs: vale in ogni aspetto del business, e tu ci insegni che è fondamentale anche nella vita personale. Fino a che punto si può programmare la propria vita?

Quando decisi di lasciare la Nike ho spiegato a mia moglie che avevo fatto una pianificazione strategica della prossima fase della mia vita. Mi ha chiesto “Ma come cavolo si fa a fare una pianificazione della vita?!”. Si può eccome! Credo che ci siano 5 passi fondamentali per programmarsi nella vita. Sono spiegati in dettaglio con esercizi pratici nel mio libro “Il Coraggio di Cambiare”:

#1 Conoscere al meglio se stessi. Prima di andare a fare qualcosa di nuovo o inseguire una strada, bisogna prima conoscersi in profondità.

#2 Prima di capire quali obiettivi uno si vuole porre, per me è necessario aprire la mente per liberarsi del nostro solito modo di pensare e dei nostri soliti schemi mentali. Solo così è possibile iniziare a capire quanti modi diversi ci sono per ottenere quello che vogliamo e di cui prima non eravamo a conoscenza. Questo passo è fondamentale per farsi venire nuove idee, cercare, essere più aperti, saper interpretare nuovi stimoli ed essere creativi nel cercare soluzioni che non siano basate solo sulla nostra esperienza.

#3 Dopo i primi due passi, siamo pronti a lavorare sulla vision del nostro futuro, per capire quello che vogliamo veramente, nei minimi dettagli. Qui è importante non ragionare su quello che pensiamo di poter raggiungere o su quello che vorremmo, ma su quello che vogliamo raggiungere davvero.

#4 Una volta che abbiamo capito cosa vogliamo, qual è la nostra vision, allora bisogna creare un piano solido per raggiungerla e non lasciando niente al caso.

#5 Alla fine, la ciliegina sulla torta è la motivazione. Un buon piano non serve a nulla se non abbiamo il rigore e la motivazione di stare sul pezzo per il raggiungimento dei nostri obiettivi!

È ovvio che fare tutto ciò non garantisce il raggiungimento della meta, ma la mia esperienza personale e quella delle persone che vengono da me per il coaching e che vogliono effettuare dei cambiamenti importanti nelle loro vite mi dicono che seguendo il processo sopra elencato si innalzano notevolmente le probabilità di successo!

Un’altra capacità (o meglio, una soft skill) che ti contraddistingue è sicuramente il public speaking, necessario per motivare una platea ma anche i propri colleghi di lavoro: ci dai qualche consiglio per svilupparla al meglio?

Ci sono le solite cose che impari in un corso di public speaking: conoscere al meglio il pubblico prima di salire sul palco, cose tecniche; per esempio il contatto visivo, il tono di voce, il linguaggio, lo sviluppo delle capacità comunicative e di gestione delle emozioni, ecc. Ma prima di essere uno speaker, un relatore, un formatore, un manager o qualsiasi altra cosa che decidiamo di essere, sei innanzitutto te stesso, una persona. Detto ciò, ci sono due aspetti fondamentali per me da tenere in considerazione.

Quando sei sul palco o davanti una platea, devi ricordarti sempre che “non si tratta di te”! Tu come speaker non sei la cosa più importante, come non lo è che tu riesca a fare bella figura, beccarti un bell’applauso, finire la presentazione senza sbagliare o senza sembrare agitato. Non lo sono neanche le tue slide di PowerPoint o di Keynote. La cosa più importante è quello che stai trasmettendo, quello che lascerai, quello che comunicherai! Le cose più importanti sono quindi le persone che hai davanti a te e quello che riuscirai a trasmettere.

Purtroppo non tutti gli speaker capiscono che c’è una bella differenza tra parlare e comunicare: potresti essere la persona più intelligente del mondo, ma se non sai “comunicare” i tuoi concetti, hai solo sprecato tempo. Quando sali sul palco con in mente che il tuo pubblico e quello che vuoi trasmettere e comunicare sono le cose più importanti, il resto viene da sé. Inoltre se sali sul palco con tutto ciò in mente, il tuo pubblico lo capirà, come capirà se sei sul palco solo per te stesso.

Nella fase di preparazione mi faccio una domanda importante o la faccio a chi mi ha chiesto di fare l’intervento, ed è questa: “Alla fine del mio intervento, che cosa devono pensare, fare o provare in modo diverso le persone che mi ascolteranno?”. La risposta a questa domanda mi aiuta a preparare al meglio l’intervento. Se nella fase di preparazione vedo che sto pianificando di fare qualcosa che non mi aiuterà a essere allineato alla risposta a quella domanda, allora so che non devo inserirla all’interno della mia presentazione o del mio intervento.

Vagabondando nel tuo sito ho scoperto che hai inventato il metodo ICAM: ci spieghi come funziona? Cos’è la leadership tridimensionale?

Il metodo ICAM è un acronimo che sta per Introspezione (per conoscere meglio se stessi come persona e come manager), Conoscere i collaboratori (ma veramente!), ABC della comunicazione e Motivazione. È praticamente il processo che ho creato e che insegno ai manager quando faccio dei percorsi o del coaching con loro. È il processo in cui ho imparato a credere grazie alla mia esperienza, da seguire a mio avviso per riuscire a tirare fuori il meglio di se stessi per diventare dei manager migliori.

La leadership tridimensionale si riferisce invece alle tre doti che un buon manager deve avere:

  • quella da Mister, ovvero da coach che fa crescere i suoi collaboratori,
  • quella da Manager, che gestisce la strategia, i processi e le persone,
  • quella da Motivatore, che dà la carica a tutti per farsi seguire verso la meta.

Parliamo di Strategic Leadership: perché ritieni che sia un asset fondamentale per i manager di oggi?

In tanti anni ho riscontrato che ci sono tante, ma tante aziende e tanti manager e imprenditori che “navigano a vista”. Pensano di avere un piano, di saper guidare le loro aziende e magari con fatica lo fanno anche. Vedo dei manager che lavorano troppo, oltre il necessario, che sprecano troppe energie, che non riescono a farsi seguire dai loro collaboratori, che sbagliano la delega, che non sanno farsi rispettare, che non hanno un metodo per gestire il tutto e così, ripeto, lavorano con troppa fatica e subiscono tanto stress. Infatti, se visiti il mio sito, puoi iscriverti per fare il Check-Up Aziendale per vedere i 12 Sintomi d’Allarme. Questi non sono altro che le 12 problematiche che riscontro più frequentemente nelle aziende con cui lavoro come business coach e consulente direzionale e che hanno a che fare soprattutto con la gestione dell’azienda e con la gestione delle persone. Ce ne sono tante altre naturalmente, ma per quanto riguarda la gestione dell’azienda, sono 12 i sintomi importanti da saper risolvere.

Il fatto è che non è necessario lavorare con così tanta fatica. Basta avere un metodo di lavoro che ti permetta di avere più chiarezza riguardo dove si vuole portare l’azienda, saper porre obiettivi nella maniera corretta, saper impostare i processi in modo tale da lavorare meglio in azienda e in modo più efficiente, saper migliorare la produttività complessiva, sapere come essere seguiti dai propri collaboratori e tante altre cose che servono per far crescere in modo sano il fatturato e anche gli utili dell’azienda. Per questa ragione la Strategic Leadership è fondamentale!

Esiste un movimento globale che celebra i fallimenti imprenditoriali, attraverso delle serate dove condividere i propri insuccessi nel lavoro diventa un modo innovativo per imparare insieme a non commetterli. Hai mai dovuto affrontare un fallimento nella tua professione? Se sì, come lo hai superato?

Innanzitutto chi non osa non sbaglia. Solo chi ci prova rischia di sbagliare, ma allo stesso tempo rischia anche di imparare. Bisogna avere la consapevolezza che tutti noi sbagliamo. Fa parte della vita e della nostra crescita umana in qualsiasi ambito.

Come superare un fallimento? Prima di tutto, con umiltà e accettando le proprie responsabilità. Non lo superi sicuramente dando la colpa agli altri, come fanno in tanti o dando la colpa alla “sfiga” (parola vietata in casa mia!). Mi concentro su quello che “io” posso controllare e su quello che “io” avrei potuto fare meglio per evitare lo sbaglio o il fallimento: analizzo il mio operato, studio con obiettività per correggermi e vado avanti. Un altro aspetto che aiuta quindi a superare un fallimento è imparare da esso. Sbagliare una volta ci può stare. Farlo per una seconda volta dopo aver aggiustato il tiro, ok. Ma se continui a fare gli stessi sbagli soprattutto affrontando le situazioni nella stessa maniera, allora c’è qualcosa che non va. Vuol dire che non hai imparato niente, che non sei attento, che non sei concentrato.

Tornando all’umiltà, bisogna saper chiedere aiuto se necessario. La maggior parte delle cose che proviamo a fare oggigiorno sono cose che sono già state fatte da qualcun altro. Non bisogna cercare di riscoprire l’acqua calda. Qualcuno l’ha già scoperta, bisogna trovare quella persona e imparare da lei. Bisogna mettere in conto è che solo facendo, provando e osando si rischia di sbagliare, e sbagliando si rischia di imparare e di crescere, il che ci aiuta a tirare fuori il meglio di noi stessi.

Come disse Michael Jordan con cui ho avuto l’onore e il piacere di passare una settimana intera insieme diversi anni fa:

Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.

Riuscire a farsi ascoltare dal proprio capo, e magari a convincerlo: una missione complessa per i collaboratori, ancor più per i “novellini”, tanto da diventare un’iniziativa speciale del MARKETERs Festival 2016. Hai mai adottato qualche strategia in merito? Come hai convinto il tuo capo?

Ho dovuto farlo tante volte. Se vuoi fare carriera in un’azienda, devi imparare a convincere non solo il tuo capo, ma anche i colleghi e altri superiori, i clienti e i fornitori: insomma, tutti! Durante certi seminari dove trattiamo questo argomento, chiedo alle persone in platea di alzare la mano se nel loro lavoro devono vendere qualcosa. Succede quasi sempre che solo le persone che sono negli uffici commerciali alzano la mano. Faccio la domanda una seconda e una terza volta e piano piano iniziano a capire il senso di quello che sto chiedendo: tutti noi dobbiamo vendere strategie, idee o altro. Tutti noi, sia nella vita lavorativa che in quella privata.

Il segreto della persuasione sta nella capacità comunicativa. Prima di tutto bisogna conoscere il proprio stile di comunicazione (pregi e difetti), quello del capo che vuoi convincere e quello dell’azienda per cui lavori. Poi ci sono delle tecniche di comunicazione persuasiva che ti possono aiutare a innalzare le tue probabilità di ottenere quello che vuoi. Questo tenendo in considerazione che niente funziona sempre e in ogni situazione, ma tutto quello che ho imparato nella mia esperienza e che ho elencato mi dà ragione.

Nel libro “Strategic Leadership” parlo di una volta in cui ho dovuto convincere i miei capi a lasciare i miei collaboratori prendere l’aereo per andare a una fiera invece di andare in macchina, mentre per altri colleghi in altri reparti era una cosa normale. C’ho messo un bel po’, ma ci sono riuscito. Anche quella situazione mi ha aiutato molto a creare un metodo. Sempre nel libro, si trova anche una struttura di comunicazione persuasiva che consiste in 7 passi che uso spesso quando si tratta di convincere qualcuno di qualcosa.

Al MARKETERs Festival 2016 sarai il primo ospite e terrai l’opening speech dal nome “never stop learning”, che è anche il payoff di MARKETERs Academy e su cui prima ti sei già espresso: cosa dobbiamo aspettarci dal tuo discorso?

So che il tuo era solo un modo di dire, ma da me non ci si deve assolutamente aspettare un discorso. Altro che! Sarò lì per far riflettere, per stimolare chi avrò davanti a me a cogliere questa opportunità che il MARKETERs Festival sta dando per imparare il più possibile ed essere delle spugne, per portare a casa qualcosa che lo aiuterà a crescere e a raggiungere un obiettivo importante per sé stessi: il mio non sarà sicuramente l’intervento standard e noioso! Mi divertirò insieme a tutti e poi alla fine mi permetterò di darvi una prospettiva interessante e molto divertente sugli italiani.

Chiudo quest’intervista parlando di un concetto che ho sentito da un relatore in un corso – sì, anch’io continuo a formarmi! – anni fa che mi ha fatto molto riflettere. Ha detto che il 95% delle persone nel mondo è gestito dall’altro 5%. Ci ha detto che quel 5% ha delle capacità che l’altro 95% non ha, che pensa in modo diverso rispetto a loro, fa cose diverse rispetto a loro, ha delle caratteristiche diverse e che l’altro gruppo non ha. Alcune delle persone che fanno parte del 5% ha delle capacità caratteristiche innate. Tante altre invece che fanno parte dello stesso gruppo hanno dovuto formarsi e sviluppare le qualità necessarie per farne parte. Sono stato molto sintetico, ma spero di aver reso l’idea. In ogni caso, alla fine della sua spiegazione ci ha fatto la domanda: “di quale gruppo volete far parte voi, il 5% o il 95%?”. Personalmente ci ho messo due secondi per rispondere.

Insomma, se vuoi raggiungere il successo nella vita, che vuol dire far parte del 5% nel proprio mondo, grande o piccolo che sia – che sia chiaro, quando dico successo non intendo soldi, macchine e belle vacanze, ma il semplice raggiungimento dei propri obiettivi e la capacità di tirare fuori il meglio di sé stesso –  allora non puoi mancare al MARKETERs Festival!

[Intervista apparsa per la prima volta su This MARKETERs Life il 2 novembre 2016, realizzata in occasione della prima edizione del MARKETERs Festival. Per informazioni sul MARKETERs Festival 2017 visita il sito o iscriviti alla newsletter per restare sempre aggiornato]

Davide Panizzo

Ventiquattrenne studente di Marketing e Comunicazione. Sufficientemente affascinato dai social network, parzialmente nerd e totalmente dipendente da serie-tv. Mi trovate in biblioteca o al cinema.

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