#BLACKLIVESMATTER: i brand uniti contro il razzismo

Chi, per via dell’emergenza sanitaria da COVID-19, prevedeva un cambiamento, soprattutto nel modo di interagire gli uni con gli altri, con maggior rispetto, attenzione e sensibilità, ha dovuto ricredersi. In America la morte di George Floyd per mano di un poliziotto ha scatenato una incontrollabile ondata di razzismo. I brand americani, che di solito hanno cercato di non prendere mai troppo apertamente una posizione durante situazioni del genere, questa volta lo stanno facendo. Tra tutti i messaggi che le aziende stanno comunicando, specie sui social, è soprattutto quello di una campagna di Nike contro il razzismo a risultare di particolare impatto. Ma non è l’unico.

Nike cambia il suo claim in “Don’t do it”

Non è la prima volta, comunque, che Nike si muove in difesa dei neri. Nel 2018, ad esempio, si era già molto parlato dell’impegno del brand contro le discriminazioni razziali, con una campagna ideata per il trentennale del payoff “Just do it” che aveva, tra i testimonial, l’atleta Colin Kaepernick. 

Essa, criticata duramente da Trump in un suo tweet, invitava gli atleti a inginocchiarsi durante l’inno nazionale americano per protestare contro le violenze verso i neri esercitate dalle forze dell’ordine.

Dopo le proteste che si sono scatenate a Minneapolis, dunque, il brand non poteva non creare una comunicazione ad hoc. La campagna di Nike contro il razzismo si è basata questa volta su uno spot, che è stato condiviso sui canali YouTube, Twitter e Facebook ufficiali del brand con il copy «Let’s all be part of the change». 

Uno spot semplicissimo, con una musica lenta ed emozionale suonata da un pianoforte e frasi in bianco che compaiono su sfondo nero, come da colori identificativi del brand. La forza comunicativa di questa campagna di Nike contro il razzismo, dunque, sta tutta nelle parole usate e nell’utilizzo dell’anafora, con una ripetizione del “don’t” a ogni inizio frase, per attrarre e mantenere l’attenzione fino alla fine dei 60 secondi.

«Don’t pretend there’s not a problem in America.
Don’t turn your back on racism.
Don’t accept innocent lives being taken from us.
Don’t make any more excuses.
Don’t think this doesn’t affect you.
Don’t sit back and be silent.
Don’t think you can’t be a part of change.»

Il “don’t” che si trasforma in “let’s” nell’ultima frase, poi, comunica ulteriormente il significato già espresso dalle diverse parole, ovvero la possibilità di fare qualcosa per mettere in atto un cambiamento e porre fine alle discriminazioni razziali. A completare il tutto l’hashtag scelto per la campagna: #UntilWeAllWin.

Gli altri brand

Come anticipato, Nike non è stato l’unico brand a rimarcare la propria posizione antirazzista dopo quanto accaduto in America. Tanti altri si sono mossi e si stanno muovendo per amplificare messaggi simili.

Come Nike, anche il brand americano di gelati Ben and Jerry’s, che già quattro anni fa si era schierato a favore del movimento #BlackLivesMatter, porta avanti un progetto contro le ingiustizie e le violenze perpetuate dalle forze dell’ordine in America nei confronti dei neri. L’azienda lo ha ricordato con un tweet, in cui sottolinea quanto, purtroppo, quelle parole tornino tanto attuali dopo la morte di George Floyd. 

In questa delicata e difficile situazione, comunque, stanno facendo sentire la propria voce anche altri brand.

Alcuni stanno riprendendo l’hashtag del movimento #BlackLivesMatter per dare messaggi brevi ma chiari, come ha fatto ad esempio il brand di cosmetici Milk Makeup. 

O, anche, come ha fatto l’etichetta discografica Capitol Records, che ha utilizzato l’hashtag del movimento per creare un’immagine grafica dove la parola “lives” viene di volta in volta sostituita ad altre per sottolineare che ogni cosa della vita dei neri conta, esattamente come quella di qualunque altro individuo. 

I profili degli account ufficiali dei social network uniti contro il razzismo e la violenza

A prendere posizione sono stati anche Facebook, WhatsApp, YouTube, Instagram e Twitter, le cui immagini dei profili social si sono tinte di nero.

Twitter, come si vede dallo screenshot, ha rilanciato anche l’hashtag #BlackLivesMatter nella didascalia del profilo.

Instagram, oltre a colorare l’immagine profilo di nero, ha anche lanciato l’iniziativa #ShareBlackStories, chiedendo di condividere storie che possano amplificare il più possibile le proprie voci e avere così maggiore impatto.

LinkedIn non ha cambiato le immagini dei profili social, ma ha annunciato di essere con la Black community e dalla parte di chi lotta contro il razzismo ogni giorno con un post sulla piattaforma, rilanciato anche su Twitter. 

Anche TikTok, social che non ha dimostrato di essere particolarmente aperto alla totale libertà di espressione (si pensi ai profili bloccati da Tik Tok perché usati per parlare di campi di detenzione per musulmani in Cina e non solo), ha pubblicato una dichiarazione che è a tutti gli effetti a favore della lotta dei neri contro le violenze subite in America, dichiarandosi orgogliosi di avere una piattaforma in cui sono stati creati tantissimi contenuti relativi a #BlackLivesMatter e #GeorgeFloyd

Kevin Mayer, CEO di TikTok, ha espresso il suo pensiero riguardo le proteste, pubblicando il suo primo clip ufficiale. 

Tiktok ha donato, inoltre, 3 milioni di dollari, presi dal suo fondo soccorso COVID-19 di 250 milioni di dollari, alle associazioni no profit che aiutano la comunità nera.

“In addition, we are committing another $1 million toward fighting the racial injustice and inequality that we are witnessing in this country. This is just a first step, and we will further develop our ongoing efforts in this space as we work to support underrepresented groups as a whole”.

Nel frattempo, Evan Spiegel, CEO di Snapchat, attraverso una lettera al suo staff, ha dichiarato di essere “affranto e arrabbiato” per la battaglia contro il razzismo in corso negli Stati Uniti.

Come spiegato da Spiegel: “Some of you have asked about whether Snap will contribute to organizations that support equality and justice. The answer is yes. But in my experience, philanthropy is simply unable to make more than a dent in the grave injustices we face. While our family has and will continue to contribute meaningfully to create opportunity for the underprivileged, and donate to the guardians of justice, these circumstances call for a more radical reorganization of our society. Private philanthropy can patch holes, or accelerate progress, but it alone cannot cross the deep and wide chasm of injustice. We must cross that chasm together as a united nation. United in the striving for freedom, equality, and justice for all”.

Potete leggere l’intera comunicazione di Spiegel qui:

Pinterest ha donato $ 250,000 per la ricostruzione delle imprese locali danneggiate durante le proteste e fornirà ulteriori $ 750,000 alle organizzazioni no profit che sostengono la giustizia razziale.

Secondo Ben Silbermann, CEO di Pinterest: “With everything we do, we will make it clear that our black employees matter, black Pinners and creators matter, and Black Lives Matter”.

Potete leggere la dichiarazione completa di Silbermann qui:

Ulteriori condivisioni

Altri brand, proprio come fatto da TikTok, hanno pubblicato delle dichiarazioni in formato grafico, non troppo elaborato: parole su uno sfondo nero o al massimo con piccoli inserti iconografici, per mostrare vicinanza alla comunità nera americana, manifestando il proprio supporto. Lo hanno fatto, tra gli altri, HubSpot, Sony Music, Universal Music Group, Apple Music e Amazon. 

Tra le tante dichiarazioni ci sono anche quelle relative a una iniziativa lanciata per il 2 giugno 2020, identificata per lo più con l’hashtag #TheShowMustBePaused.

Personaggi noti e influencer, tra polemiche e capacità di smuovere gli animi

Non solo brand, comunque, ma anche personaggi del mondo dello spettacolo, della moda, dello sport, della politica, ecc. hanno condiviso post sui social dopo la morte di George Floyd, non sempre però positivi o intesi dagli utenti come appropriati.
Twitter, ad esempio, pochi giorni dopo aver segnalato per la prima volta un tweet del presidente americano Trump ne ha parzialmente oscurato un altro in cui commentava proprio i disordini di Minneapolis.

Kourtney Kardashian, invece, si è trovata costretta a cancellare il tweet in partnership con il brand del settore fashion Pretty Little Thing, che a sua volta ha dovuto rimuovere il contenuto, perché gli utenti neri che usano la piattaforma si sono sentiti offesi per il modo in cui quella che avrebbe dovuto rappresentare la loro mano era stata resa nel colore e nella forma.

Il brand, però, ha provato a far capire al proprio pubblico le buone intenzioni dietro quella rappresentazione che sotto riportava la scritta «stand together», tagliata invece nella foto sopra, con ulteriori tweet, affermando la propria vicinanza alle famiglie di diverse vittime delle forze dell’ordine americane, con l’invito a fare una donazione per sostenerle.

Quello di Kourtney Kardashian è un singolo caso però, perché infatti altri influencer hanno creato contenuti di supporto, anche concreto, chiedendo di fare donazioni per le famiglie delle vittime di violenze razziali, senza essere bersaglio di polemiche.
Solo per citarne una, Kylie Jenner, imprenditrice e personaggio della televisione statunitense, attraverso delle Stories su Instagram ha dato indicazioni relative ad eventuali donazioni.

Per riportare alcune altre dichiarazioni a sostegno della comunità dei neri e contro il razzismo pubblicate da altri personaggi noti, ecco quelle di Mark Zuckerberg, Barack Obama e Lewis Hamilton, le cui condivisioni hanno avuto un numero consistente di interazioni.

The pain of the last week reminds us how far our country has to go to give every person the freedom to live with dignity…

Publiée par Mark Zuckerberg sur Dimanche 31 mai 2020

Quella delle discriminazioni razziali è ovviamente una storia lunga e complessa, che non si risolverà certo grazie a interventi e campagne di comunicazione e sensibilizzazione da parte di brand o personaggi famosi, ma la loro è una voce in più che si unisce al coro di protesta, che cerca di non farsi zittire, come già si è provato a fare con quella dell’informazione giornalistica, con una troupe della CNN arrestata durante una diretta da Minneapolis, ampliando il più possibile messaggi di unione e uguaglianza.
In questo ha molta forza comunicativa soprattutto l’unificare i messaggi attraverso un hashtag di riferimento, che evidenzia il far parte di quello che è un vero e proprio movimento, ovvero #BlackLivesMatter

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