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Stories

Io, Kanye West

In tre atti, più il finale, una breve pièce teatrale sulla spettacolare, fuori dagli schemi, impossibile, vita di Kanye “Yeezus” West, l’uomo che, più di tutti, rappresenta il ventunesimo secolo.

Campionamenti, poliedricità, tracce senza un vero e proprio filo logico. E ancora scarpe che diventano culto prima ancora d’esistere, un matrimonio social destinato a più d’una pagina nei prossimi libri di storia (dell’internet, eh). Kanye West ha assorbito il meglio e il peggio degli anni che stiamo vivendo, trasformandosi da musicista e produttore a icona pop dei nostri tempi. 

No, nessuna cimice nei suoi appartamenti e nessuna mazzetta a qualche suo conoscente: solo un pizzico di fantasia.

Atto 1: Me, myself and Pablo

Immagine Atto 1

Nel 2010 il primo pensiero la mattina, oltre allo Jäger che lentamente risaliva, ribollendo nello stomaco, era il nome Pablo. Rimbombava nella mente di Kanye per qualche minuto, poi scompariva, lasciando spazio alla giornata che stava per iniziare. O alla ragazza, prima di Kim, che gli si strusciava addosso, tra le lenzuola di seta e la coperta in raso. Infine affogava, lasciando dietro di sé solo qualche traccia. Fino al 2013. Germi di qualcosa che sta per nascere. “So help me God” dovrebbe essere il titolo. Ma il condizionale è d’obbligo con Mr. West e nel 2014 dell’album non si dice più nulla.

Tutto cade nel dimenticatoio, forse perché i tempi non sono abbastanza maturi, forse perché diventare trend di Twitter, di questi tempi, è diventato solo un esercizio di stile per lui: basta uno schiocco di dita, oppure una foto di troppo con Kim Kardashian per far esplodere l’internet. Fattostà che “So help me God” viene smembrato e dai suoi resti banchettano famelici due artisti da poco: Paul McCartney e Robyn Fenty, al secolo Rihanna.

Il 2015 inizia nel segno di “SWISH”, o almeno questo dovrebbe essere il titolo del nuovo album. Ma come Beckett ci insegna, l’attesa diventa essa stessa l’opera d’arte. E mentre il pubblico attende mordendosi le unghie, illuminato dal tenue bagliore che lo schermo del pc emana, Kanye siede sul suo divano. La sua casa pare uscita da una collezione Yeezy (di cui poi parleremo, tenetene di conto). Spazi ampi, muri che si rincorrono sinuosi senza mai spezzarsi, toni tenui risaltati da blocchi di cemento e mobilio squadrato, senza orpelli. Insomma, Kanye siede con il telefono in mano. Ascolta una demo di Chanche ma non presta attenzione. I suoi occhi sono tutti per la televisione. “Chi diavolo ha acceso su History”, si chiede. Qualcuno alla tv parla delle “Les demoiselles d’Avignon” e del pittore che le ha dipinte. Pablo, appunto.

Nel 2016 Kanye è immerso in un turbine da cui non può uscire. “SWISH”, scritto come titolo sul blocco giallo a quadretti che gli ha preso sua mamma, è stato cancellato con una grossa croce rossa. C’era una tracklist, c’era un’idea ma ora è tutto diverso, tutto cambiato. Nuova pagina del blocco, nuovo titolo: “Waves.

11 Febbraio. “Esce oggi”, dice Kanye. Lo rivela alla moglie Kim, mentre si scola champagne da un bicchiere di plastica. Lei tende a non credergli, accarezza la figlia che le gioca accanto e si sistema nel vestito striminzito che indossa. “Ci aspettano”, dice. “Vuoi far tardi, forse?”. Kanye scende le scale tenendo per braccio i figli. Sorride mentre si immagina la mente della moglie lavorare senza sosta. Sente le sue domande rimbalzare tra la tromba delle scale, il corpo che lui vede perfetto e il profumo che riempie l’aria. Il Madison Square Garden è gremito come non mai. L’odore acre di sudore sale lentamente in aria e si confonde con il fumo. Dovrebbe essere una sfilata di moda, la grande presentazione della nuova collezione di Kanye: Yeezy, season 3.

Ma non ci sarà solo quello.

Ci sarà anche Pablo. O meglio, “The Life of Pablo”, il nuovo album. Lo sanno solo Kanye, il suo smartphone che come sfondo ha “Guernica”, e pochi fedelissimi. Il successo esplode e avvolge Kanye, per l’ennesima volta, nel suo caldo abbraccio. Kim quella notte gli dorme lontano, oltre alle lenzuola, la coprono un mucchio di “perché non me l’avevi detto” e di “sei il solito stronzo”. Lui non si preoccupa troppo, sa che le ci vorrà tempo per capire. Ma ce la farà, altrimenti non avrebbe mai accettato di sposarlo. E poi lui non ha tempo per preoccuparsi, ha una lista infinita di cose da fare.

E la lista, come sempre da quando ha memoria, è su quel blocco giallo.

Atto 2: Yeezus vs Yeezy

Immagine Atto 2

Al Chateau Marmont di Los Angeles, mentre l’insegna lampeggia isterica, forse per un problema al neon, Mr. West sorseggia un Daiquiri fresco. Lo sorseggia da un tumbler classico, al bar tender dice che gli piace sentire vetro solido tra le dita, non cristallo. In filodiffusione passa Taylor Swift e Kanye sorride sotto i baffi. Nemmeno si accorge che un uomo si siede davanti a lui. Ha i lineamenti duri, scolpiti nel marmo. Indossa un gessato e tiene sulle ginocchia una valigetta attraversata da tre strisce della stessa larghezza. I due si fissano negli occhi per qualche secondo e poi, senza aggiungere nulla, si stringono la mano. Mentre brindano un po’ di Daiquiri scivola via dal bicchiere e macchia le scarpa del signore, che nel frattempo s’è alzato in piedi.

E pensare che all’inizio, nel 2008, non era andata così. Seduto all’altro lato del tavolo, sempre in quel Chateau Marmont dall’insegna traballante, c’era un altro signore, con due tipi di baffo: uno folto, perfettamente curato, in volto; l’altro a solcare entrambe le scarpe. S’erano stretti la mano con lo stesso vigore, avevano sorriso allo stesso modo ma non sarebbe andata allo stesso modo. Tutto si conclude in un freddo febbraio del 2014. Due chiacchiere con Mr. Nike, il secondo signore, bastano per mollare tutto: non c’è libertà, non c’è fiducia, ci sono solo catene legate ai polsi e l’ombra di Mr. Jordan che lo guarda sempre dall’alto.

Ed è proprio qualche mese dopo che incontra il primo signore, Mr. Adidas. Ed è proprio mentre quel Daiquiri cade sulla stringata a tre strisce che il successo ha inizio. Il primo modello, Adidas Yeezy 750, viene rilasciato in pochissimi negozi il giorno di San Valentino, il 14 febbraio. I 9000 pezzi previsti vengono venduti in un attimo e a nulla può servire l’app di Adidas inventata ad hoc per l’evento. Un’altra partita di scarpe esce una settimana dopo ed è ancora sold-out. A giugno è il turno delle Yeezy 350, la versione “bassa” delle prime. Sempre la solita tecnologia Boost a caratterizzarle, sempre il solito successo ad anticiparle e a renderle culto, nel panorama degli “sneaker-heads” (e non solo).

E ora, nel 2016, mentre il 23 settembre in tutto il mondo esce la v2 delle 350, mentre quel preciso paio di scarpe è stato usato in NBA da Nick Young e apparirà nel prossimo NBA 2k17, mentre sono già apparse in un campo NFL, mentre ogni vip sulla faccia della terra le porta ai piedi, mentre ogni comune mortale che le desideri è disposto ad aspettare fuori da un negozio con tanto di tenda, Kanye West, nel suo attico, sorseggia ancora Daiquiri, in ricordo dello Chateau Marmont, del signor Adidas e, perché no, anche del signor Nike e all’occasione che ha perso.

PS: Ah sì, quasi dimenticavo. Kanye, oltre alle scarpe, ha anche una linea di vestiti. Se la prima stagione, l’unica in collaborazione con Adidas, è stato un buco nell’acqua e anche la seconda può essere considerata tale, la terza è esplosa sconquassando i pilastri della moda. Toni tenui, vicini alla terra, al cipria, e poi maglie larghe, strappate, rovinate dal tempo e dall’usura, strizzando l’occhio a un futuro cyberpunk non troppo lontano. A quantificare il successo, a volte, non servono i numeri ma il “rumore dei nemici”, Mourinho docet. A prezzi inferiori ci ha pensato infatti il gruppo Inditex nella sua interezza a plagiare le pietre miliari della collezione e a rendere la moda di Kanye più democratica.

Atto 3: The Love Story

Immagine Atto 3

Nel 2012 è bastato un Lorraine Schwartz da 15 carati per suggellare il patto e dare vita, dopo nove anni di amicizia, tira e molla e incontri segreti, alla coppia più chiacchierata del ventunesimo secolo. E nessuna persona normale potrebbe mai sposare Kim Kardashian senza sapere a cosa sarebbe andata incontro e, evidentemente, quattro anni di relazione e due figli dopo, Kanye sapeva d’aver sposato una delle più grandi operazioni di marketing viventiD’altronde la di lei madre, Kris Jenner, dopo aver avviato la Jenner Production, ha programmato la carriera della figlia (anzi, delle figlie) tappa per tappa, in modo maniacale.

Prima è arrivato il reality “Keeping up with the Kardashians”, con il conseguente successo dell’intera famiglia, Kim in primis, e in seguito una carriera da modella e influencer (per quanto orrore possa fare questa parola) capace, con un solo selfie, di far tremare l’intero mondo di internet. Superato, con Kim, il primo scoglio, la carriera delle sorelle Kardashian ha spiccato il volo: famose, orribilmente famose, pur non essendo capaci, realmente, di nulla, se non di essere costantemente al centro dell’attenzione (sia nel bene, che nel male). Scusate se è poco.

E così, dopo il reality, dopo la copertina di Vanity Fair di Mr. Jenner, secondo marito di Kris e patrigno di Kim, cos’altro poteva servire a Kanye per assicurarsi un roseo futuro, almeno sotto il profilo del marketing? Kanye stesso, ovviamente. Mai e poi mai Mr. West si sarebbe nascosto dietro gli altri, osservando il mondo dalle spalle di altri giganti, brillando unicamente di luce riflessa. E così oltre alla musica, oltre alla moda, Kanye ha optato per un micro sistema che potesse far parlare gli altri per il puro gusto di farlo. Un esempio su tutti? “Pablo”, l’ultimo album, dopo esser stato pubblicato in anteprima su Tidal non è approdato subito sulle piattaforme di maggior tendenza, vedi Spotify, vedi Apple Music. No, sarebbe stato troppo banale.

Perché, allora, non pubblicarlo su Pornhub contro ogni qualsivoglia logica?

E questa non è l’unica stravaganza di “Pablo”, anzi. Si aggiunge anche la precisa scelta di non pubblicare una versione fisica del disco. E il motivo non è solo per dare una spinta a Tidal, di cui Kanye è azionista, quanto per rendere l’opera viva, sempre dinamica e capace di modificarsi nel corso del tempo. Ne è conferma il fatto che dall’uscita, il giorno di San Valentino, al 31 marzo, il giorno prima dell’uscita in tutti gli altri siti di streaming, la tracklist è cambiata due volte, con l’aggiunta di nuovi brani non presenti nella prima versione. La domanda sorge dunque spontanea. Qual è la vera versione di “Pablo”? La prima? L’ultima? La prossima? Già mi immagino Kanye con il ghigno stampato in volto e un paio di Yeezy inedite ai piedi: d’altronde solo lui può sapere qual è la verità.

Grand Finale

Immagine Atto Finale

Dopo i tre atti le luci sul palcoscenico si spengono e il coro, dopo aver declamato il terzo, e ultimo atto, scivola dietro le quinte senza far rumore. Le luci si riaccendono dopo qualche secondo. Quattro coni di luce convergono al centro, puntando la stella adesiva sul pavimento. I drappi di velluto rosso, tirati, tremolano, e da dietro le quinte spunta un uomo vestito di quelli che sembrano stracci logori presi a un qualsiasi negozio delle pulci. Le sue mani si attorcigliano prima tra di loro, poi, infilate nella tasca davanti della felpa, torturano la stoffa.

Il pubblico trattiene il respiro.

L’uomo al centro fa un inchino, poi un altro ancora. Tutti, prima timidamente, poi con sempre maggior vigore, iniziano ad applaudirlo. Lui ringrazia alzando il braccio e battendosi la mano sul cuore. Infine: «Grazie, grazie davvero. Lo spettacolo è finito».

E se ne va, mentre il pubblico continua a rendergli omaggio.
Enrico Marigonda

Enrico. 25 anni persi davanti a uno schermo, davanti a un libro, davanti a una pagina bianca. Il più delle volte con delle cuffie alle orecchie.

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